Blog di Pina Bertoli

Letture, riflessioni sull'arte, sulla musica.

Incipit

libro-e-lettereHo una mania a cui non riesco a tenere testa: leggere gli incipit di tutti i volumi che mi capitano tra le mani. A volte vado in libreria, cerco tra gli scaffali quello che mi serve e, intanto che ci sono, prendo tre o quattro libri, mi siedo da qualche parte e leggo la prima pagina. Può succedere che decida di leggere tutto il resto, oppure che rimanga delusa. Può anche succedere che il resto del romanzo non sia all’altezza dell’incipit e allora la delusione arriva dopo, più cocente, perché intanto, magari, l’ho anche comprato … Comunque, assaporare un romanzo e prefigurarsi come potrà andare avanti è un gioco che mi intriga tantissimo.
In questa pagina copio tutti gli incipit dei romanzi che più mi hanno colpito; nel menù a tendina, a rotazione, ne propongo alcuni per poterli più facilmente visualizzare e leggere. La rotazione è a cadenza mensile.

dona-florVadinho, il primo marito di dona Flor, morì a Carnevale, una domenica mattina, mentre ballava un samba vestito da baiana in Largo 2 Luglio, non lontano da casa sua. Non apparteneva al gruppo, ci si era semplicemente aggregato, con altri quattro amici tutti vestiti da baiana, e tutti provenienti da un bar della zona del Cabeça, dove il whisky correva a fiumi, alle spalle di un certo Moysés Alves, piantatore di caffè, ricco e spendaccione.

Jorge Amado, Dona Flor e i suoi due mariti

Dal momento che lo chiede con tanta buona grazia, giovanotto, io le dico: con le disgrazie basta incominciare. E quando sono incominciate, non c’è niente che le faccia fermare, si estendono, si sviluppano, come una merce a buon mercato e di largo consumo. L’allegria, invece, compare mio, è una pianta capricciosa, difficile da coltivare, che fa poca ombra, che dura poco e che richiede cure costanti e terreno concimato, né secco né umido, né esposto ai venti, insomma una coltivazione che viene a costar cara, adatta a quelli che son ricchi, pieni di soldi.

Jorge Amado, Teresa Batista stanca di guerra

La storia di Zenia dovrebbe cominciare quando è cominciata Zenia. Dev’essere stato in un luogo lontano nel tempo e nello spazio, pensa Tony; un luogo confuso e caotico. Una stampa europea, colorata a mano, in ocra, con una luce polverosa e un bel po’ di boscaglia dal fogliame denso e dalle antiche e contorte radici, dietro la quale, nel sottobosco, sta succedendo qualcosa di ordinario e di orripilante, qualcosa che non si vede ma si indovina soltanto da una scarpa che spunta o da una mano senza vita.

Margaret Atwood, La donna che rubava i mariti

Sulla ghiaia crescono le peonie. Spuntano in mezzo ai sassolini grigi, i boccioli esplorano l’aria come antenne di lumaca, poi si gonfiano e si aprono, grossi fiori rosso scuro lucidi e brillanti come seta. Poi scoppiano e cadono per terra.

Margaret Atwood, L’altra Grace

Era il primo giorno di lezione nella scuola di Obaba. La nuova maestra passava di banco in banco con il registro degli alunni in mano. – E tu? Come ti chiami? – chiese quando mi si avvicinò. – Josè, – risposi -, ma tutti mi chiamano Joseba. – Molto bene-. La maestra si rivolse al mio compagno di banco, l’ultimo a cui doveva ancora chiedere: – E tu? Qual’è il tuo nome? – Il ragazzo rispose imitando il mio modo di parlare: – Io sono David, ma tutti mi chiamano il figlio del fisarmonicista -. I nostri compagni, bambini e bambine di otto o nove anni di età, accolsero la risposta ridacchiando.

Bernardo Atxaga, Il libro di mio fratello

È cosa nota e universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un solido patrimonio debba essere in cerca di moglie. E benché poco sia dato sapere delle vere inclinazioni e dei proponimenti di chi per la prima volta venga a trovarsi in un ambiente sconosciuto, accade tuttavia che tale convinzione sia così saldamente radicata nelle menti dei suoi nuovi vicini da indurli a considerarlo fin da quel momento legittimo appannaggio dell’una o dell’altra delle loro figlie.

Jane Austen, Orgoglio e pregiudizio

Sei giorni fa un uomo si è fatto saltare in aria sul ciglio di una strada del Wisconsin del nord. Non ci sono testimoni, ma pare che fosse seduto sull’erba accanto alla sua macchina intento a costruire una bomba, quando questa gli è esplosa fra le mani per sbaglio. Secondo i referti dei medici legali che sono stati appena diramati, l’uomo è morto sul colpo. Il suo corpo si è frantumato in decine di pezzettini, e frammenti del cadavere sono stati rinvenuti fino a quindici metri dal luogo dell’esplosione.

Paul Auster, Leviatano

evelina-e-le-fateEvelina cercava la pace e il silenzio. Per quello si svegliava prima di tutti. Prima del padre che andava presto nei campi, prima della madre e della nonna che facevano le faccende, prima dei fratelli più grandi che andavano a scuola e di quelli più piccoli che invece dormivano fino a tardi. Certe mattine si svegliava persino prima del gallo. Le piaceva stare un po’ alla finestra della camera e guardare Candelara. Quella mattina si vedevano solo i rami nudi del noce che spuntavano appena in mezzo al bianco.

Poi le sembrò che la neve si muovesse.

Simona Baldelli, Evelina e le fate

“Non piangere.” Nel silenzio che divide l’uno dall’altro i miei singhiozzi, questa voce figura una ragazzetta che abbia corso in salita e voglia scaricarsi subito di un’imbasciata pressante. Non alzo la testa. “Non piangere”: la rapidità dello sdrucciolo rimbalza ora come un chicco di grandine, messaggio, nell’ardore estivo, di alti freddi cieli. Non alzo la testa, nessuno mi è vicino.
Poche cose esistono per me in quest’alba faticosa e bianca di un giorno d’agosto in cui siedo in terra, sulla ghiaia di un vialetto di Boboli, come nei sogni, in camicia da notte. Dallo stomaco alla testa mi strizzo in lagrime, non posso farne a meno, in coscienza, e ho il capo sulle ginocchia.

Anna Banti, Artemisia

“Marx cambia completamente la mia visione del mondo” mi ha dichiarato questa mattina il giovane Pallières che di solito non mi rivolge nemmeno la parola.Anoine Pallières, prospero erede di un’antica dinastia industriale, è il figlio di uno dei miei otto datori di lavoro. Ultimo ruttino dell’alta borghesia degli affari – la quale si riproduce unicamente per singulti decorosi e senza vizi -, era tuttavia raggiante per la sua scoperta e me la narrava di riflesso, senza sognarsi neppure che io potessi capirci qualcosa. Che cosa possono mai comprendere le masse lavoratrici dell’opera di Marx? La lettura è ardua, la lingua forbita, la prosa raffinata, la tesi complessa.

Muriel Barbery, L’eleganza del riccio

Sabbia a perdita d’occhio, tra le ultime colline e il mare – il mare – nell’aria fredda di un pomeriggio quasi passato, e benedetto dal vento che sempre soffia da nord.
La spiaggia. E il mare.
Potrebbe essere la perfezione – immagine per occhi divini – mondo che accade e basta, il muto esistere di acqua e terra, opera finita ed esatta, verità – verità – ma ancora una volta è il salvifico granello dell’uomo che inceppa il meccanismo di quel paradiso, un’inezia che basta da sola a sospendere tutto il grande apparato di inesorabile verità, una cosa da nulla, ma piantata nella sabbia, impercettibile strappo nella superficie di quella santa icona, minuscola eccezione posatasi sulla perfezione della spiaggia sterminata. A vederlo da lontano non sarebbe che un punto nero: nel nulla, il niente di un uomo e di un cavalletto da pittore.

Alessandro Baricco, Oceano mare

In principio erano le minevaganti. Minevaganti tutto un nome, così come si legge, non staccato, perché almeno nel grafema deve comparire un senso di unione che, poi, in realtà, non esiste. Non minevaganti come quelle del film di Özpetek, per carità. Minevaganti e basta. Minevaganti come “la teoria delle minevaganti”, che corrisponde alla teoria cinetica dei gas, cioè, quella scienza che si occupa di descrivere un gas, appunto,come un gran numero di piccole particelle – atomi o molecole – che sono in costante movimento casuale. Casuale proprio, non direi. Però, l’analisi dice che le particelle, muovendosi, urtano tra di loro e con le pareti del contenitore in cui sono costrette. E giacché questa teoria serve a spiegare le principali qualità dei gas, quindi la pressione, la temperatura e il volume, è importante sapere che la pressione non è dovuta alla repulsione statica delle molecole, ma all’urto contro le pareti delle particelle.

Valentina Barile#mineviandanti sull’Appia antica

Tutto è partito da questo principio: che non bisognava ridurre l’innamorato a un puro e semplice soggetto sintomatologico, ma piuttosto dar voce a ciò che in lui vi è d’inattuale, vale a dire d’intrattabile. Di qui la scelta di un metodo “drammatico”, che rinuncia agli esempi e si basa unicamente sull’azione di un linguaggio immediato (niente metalinguaggio). La descrizione del discorso amoroso è stata perciò sostituita dalla sua simulazione, e a questo discorso è stata restituita la sua persona fondamentale, che è l’io, in modo da mettere in scena non già un’analisi, ma un’enunciazione.

Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso

Da molti anni desideravo scrivere dei Finzi-Contini – di Micòl e di Alberto, del professor Ermanno e della signora Olga -, e di quanti altri abitavano o come me frequentavano la casa di corso Ercole I d’Este, a Ferrara, poco prima che scoppiasse l’ultima guerra. Ma l’impulso, la spinta a farlo veramente, li ebbi soltanto un anno fa, una domenica d’aprile del 1957. Fu durante una delle solite gite di fine settimana. Distribuiti in una decina d’amici su due automobili, ci eravamo avviati lungo l’Aurelia subito dopo pranzo, senza una meta precisa.

Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini

E’ la verità che conta. Adesso che sono vecchia, sono finalmente serena per poter vivere. Posso parlare e dare alle parole e ai tempi il loro posto. Mi sento un po’ affaticata. Non sono gli anni che mi pesano, ma soprattutto quello che non sono riuscita a dire: tutto quello che non ho detto e che ho dissimulato. Non avrei mai creduto che una memoria, piena di silenzi e di sguardi impenetrabili, potesse diventare un sacco di sabbia che rende difficile il cammino.

Tahar Ben Jelloun, Notte fatale

Sulla prima pagina è scritto: nell’affresco sono una delle figure di sfondo. La grafia meticolosa, senza sbavature, minuta. Nomi, luoghi, date, riflessioni. Il taccuino degli ultimi giorni convulsi. Le lettere ingiallite e decrepite, polvere di decenni trascorsi. La moneta del regno dei folli dondola sul petto a ricordarmi l’eterna oscillazione delle fortune umane. Il libro, forse l’unica copia scampata, non è più stato aperto. I nomi sono nomi di morti. I miei, e quelli di coloro che hanno percorso i tortuosi sentieri. Gli anni che abbiamo vissuto hanno seppellito per sempre l’innocenza del mondo. Vi ho promesso di non dimenticare. Vi ho portati in salvo nella memoria.

Luther Blisset, Q

In Norvegia c’è un fiordo – un braccio di mare lungo e stretto chiuso tra alte montagne – che si chiama Berlevaag Fjord. Ai piedi di quelle montagne il paese di Berlevaag sembra un paese in miniatura, composto da cascine di legno tinte di grigio, di giallo, di rosa e di tanti altri colori. Sessantacinque anni fa, in una delle casine gialle, vivevano due anziane signore. A quell’epoca altre signore portavano il busto e le due sorelle avrebbero potuto portarlo con altrettanta grazia, perché erano alte e flessuose. Ma non avevano mai posseduto un oggetto di moda, e per tutta la vita si erano vestite dimessamente, di grigio o di nero. Erano state battezzate col nome di Martina e Filippa, in onore di Lutero e del suo amico Filippo Melantone.

Karen Blixen, Il pranzo di Babette (in Capricci del destino)

Era già buio quando arrivai a Bonn. Feci uno sforzo per non dare al mio arrivo quel ritmo di automaticità che si è venuto a creare in cinque anni di continuo viaggiare: scendere le scale della stazione, risalire altre scale, deporre la borsa da viaggio, levare il biglietto dalla tasca del soprabito, consegnare il biglietto, dirigersi verso l’edicola dei giornali, comprare le edizioni della sera, uscire, fare cenno ad un tassì.

Heinrich Boll, Opinioni di un clown

il-te-nel-deserto-filmSi svegliò, aprì gli occhi. La stanza gli diceva poco o niente, profondamente immerso com’era nel non-essere da cui era appena affiorato. Se l’energia di accertare la propria collocazione nel tempo e nello spazio gli mancava, gliene mancava anche il desiderio. Sapeva soltanto di esistere, d’avere attraversato vaste regioni per ritornare dal nulla; c’era, al centro della sua coscienza, la certezza di una tristezza infinita e al tempo stesso rassicurante, poiché era la sola ad essergli familiare. Non aveva bisogno di ulteriore consolazione. Del tutto rilassato e a suo agio, giacque per un poco assolutamente immobile, poi scivolò in uno di quei sopori momentanei che spesso seguono a un sonno lungo e profondo.

Paul Bowles, Il tè nel deserto

Konstantin, il gallo di Marja, mi sveglia di nuovo durante la notte. Per Marja è una specie di surrogato. E’ stata lei ad allevarlo, coccolarlo e viziarlo fin da quando era un pulcino; ora è cresciuto e non serve a un bel niente. Si aggira impettito e dispotico per il cortile di lei e mi guarda di sbieco. Il suo orologio biologico è completamente sballato, è così da sempre, ma non credo che abbia a che fare con le radiazioni. Non possono certo essere ritenute responsabili di ogni forma di demenza che compare sulla terra.

Alina Bronsky, L’ultimo amore di Baba Dunja

Nella primavera del 1958, la mia famiglia si trasferì dalla casa infestata di topi che affittava su King Street a uno degli ultimi prefabbricati di Cowdenbeath, proprio sul margine fra il bosco disseminato di macerie dietro Stenhouse street e i campi sterposi che si estendevano al di là. Eravamo saliti di qualche gradino, per più versi; i prefabbricati erano alloggi temporanei costruiti in tempo di guerra ma, almeno nella mia mente di bambino, il freddo e l’umido, le pozze di condensa delle mattine invernali e il caldo soffocante dei pomeriggi d’agosto erano minuzie rispetto al piacere di avere a disposizione, intorno a una casetta indipendente, un giardino a pochi metri dalla faggeta dove di notte cacciavano gli allocchi, i loro richiamo talmente vicini che sembrava di averli fra le mura di casa, nella minuscola stanza da letto che condividevo con mia sorella.

John Burnside, La natura dell’amore

Nominato ufficiale, Giovanni Drogo partì una mattina di settembre dalla città per raggiungere la Fortezza  Bastiani, sua prima destinazione. Si fece svegliare ch’era ancora notte e vestì per la prima volta la divisa da tenente. Come ebbe finito, al lume di una lampada a petrolio si guardò allo specchio, ma senza trovare la letizia che aveva sperato. Nella casa c’era un grande silenzio, si udivano solo piccoli rumori da una stanza vicina; sua mamma stava alzandosi per salutarlo. Era quello il giorno atteso da anni, il principio della sua vera vita. Pensava alle giornate squallide dell’Accademia militare, si ricordò delle amare sere di studio quando sentiva fuori nelle vie passare la gente libera e presumibilmente felice; delle sveglie invernali nei cameroni gelati, dove ristagnava l’incubo delle punizioni. Ricordò la pena di contare i giorni ad uno ad uno, che sembrava non finissero mai.

Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari

Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio: “Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti.” Questo non dice nulla: è stato forse ieri.
L’ospizio dei vecchi è a Marengo, a ottanta chilometri da Algeri. Prenderò l’autobus delle due e arriverò ancora nel pomeriggio. Così potrò vegliarla e essere di ritorno domani sera. Ho chiesto due giorni di libertà al principale e con una scusa simile non poteva dirmi di no. Ma non aveva l’aria contenta. Gli ho persino detto: “Non è colpa mia.” Lui non mi ha risposto. Allora ho pensato che non avrei dovuto dirglielo.

Albert Camus, Lo straniero

Come ogni mattina entri nel solito bar per fare colazione. Da quando vivi solo – da parecchio, ormai – non ti riesce di fare colazione a casa. La cena, a volte il pranzo, sì. Chissà perché, invece, la colazione no. Così ogni mattina vai al bar. A volte resti in piedi al bancone, altre volte ti siedi a un tavolino e te la prendi più comoda. Non c’è una regola, dipende da come ti senti – come non ti senti -, dal tempo, dagli impegni o dalla loro assenza, dal caso. Non lo sai perchè a volte ti siedi e a volte no.

Oggi ti siedi, e sul tavolino è poggiato un quotidiano. Così, aspettando il caffè e la brioche, sfogli distrattamente le pagine, leggendo i titoli. Sempre per dire del caso: ci sono due fogli attaccati. Non si vogliono separare e tu stai quasi per lasciar perdere quando, alla fine, le pagine si aprono e ti ritrovi nel bel mezzo della cronaca nera e giudiziari.

Gianrico Carofiglio, Il bordo vertiginoso delle cose

ragazza-orecchino-libroLa mamma non mi aveva detto che sarebbero venuti. Non voleva che sembrassi nervosa, mi spiegò in seguito. Mi stupii, perché pensavo che mi conoscesse bene. Gli estranei mi avrebbero vista serena. Da bambina non piangevo mai. Solo mia madre si accorgeva di una certa tensione nelle mie mascelle e dello sgranarsi dei miei occhi, già grandi per loro natura.

Tracy Chevalier, La ragazza con l’orecchino di perla 

Soltanto i giovani hanno momenti del genere. Non dico i più giovani. No. Quando si è molto giovani, a dirla esatta, non vi sono momenti. E’ privilegio della prima gioventù vivere d’anticipo sul tempo a venire, in un flusso ininterrotto di belle speranze che non conosce soste o attimi di riflessione.

Joseph Conrad, La linea d’ombra

E’ cominciato tutto, caro signore, sarà sei mesi fa, quando una mattina il postino ha recapitato una lettera dall’orribile profumo di violetta. O forse no, sarà meglio se dico che è cominciato dodici anni fa, quando nella mia casa onorata è venuto ad abitare un nuovo ospite che diceva di fare il pittore e di essere solo al mondo.

Marco Denevi, Rosaura alle dieci

Emma Bovary tornò stanca dalla passeggiata. Il sole umido del pomeriggio l’aveva rattristata e convinta a rientrare prima del solito. Entrò nel salotto buono. Era gelido. Chiamò la servetta da poco a servizio e le ordinò di accendere il fuoco nel camino, l’unico camino della casa il cui tiraggio funzionava a dovere.

M.Di Francia/D.Mastrocinque, Amiche di penna

Era una notte meravigliosa, una di quelle notti che forse esistono soltanto quando si è giovani, mio caro lettore. Il cielo era così stellato, così luminoso che, guardandolo, ci si chiedeva istintivamente: è mai possibile che sotto un simile cielo vivano uomini collerici e capricciosi? Anche questa, caro lettore, è una domanda da giovani, molto da giovani.

Fedor Dostoevskij, Le notti bianche. Romanzo sentimentale

dali-finestra

Quell’autunno, l’iniziativa per la raccolta del sangue si tenne alla stazione dei pompieri di Grafton. Lo sceriffo Dan Norman era lì perlopiù in segno di buona volontà ma, siccome una delle infermiere non si era presentata, aveva acconsentito ad applicare il cotone nell’incavo del braccio dei donatori. «E grazie» diceva. Era primo pomeriggio quando arrivò Louise Darling. Dan la conosceva appena. C’era con lei anche Tiny Darling, il marito. Dan era convinto che Tiny fosse l’autore di alcuni furti con scasso avvenuti alla Westey’s Farm Home, sulla Highway 18. Non c’erano prove concrete, però.

Tom Drury, La fine dei vandalismi

Questa è la storia dei cinque anni che ho trascorso con la mia famiglia nell’isola greca di Corfù. In origine doveva essere un resoconto blandamente nostalgico della storia naturale dell’isola, ma ho commesso il grave errore di infilare la mia famiglia nel primo capitolo del libro. Non appena si sono trovati sulla pagina, non ne hanno più voluto sapere di levarsi di torno, e hanno persino invitato vari amici a dividere i capitoli con loro. Soltanto con immensa fatica, e usando una notevole astuzia, sono riuscito a salvare alcune pagine sparse che ho dedicate esclusivamente agli animali.

Gerald Durrell, La mia famiglia e altri animali

Fu allora che vidi il Pendolo. La sfera, mobile all’estremità di un lungo filo fissato alla volta del coro, descriveva le sue ampie oscillazioni con isocrona maestà. Io sapevo – ma chiunque avrebbe dovuto avvertire nell’incanto di quel placido respiro – che il periodo era regolato dal rapporto tra la radice quadrata della lunghezza del filo e quel numero “pi greco” che, irrazionale alle menti sublunari, per divina ragione lega necessariamente la circonferenza al diametro di tutti i cerchi possibili – così che il tempo di quel vagare di una sfera dall’uno all’altro polo era effetto di una arcana cospirazione tra le più intemporali delle misure, l’unità del punto di sospensione, la dualità di una astratta dimensione, la natura ternaria di “pi greco”, il tetragono segreto della radice, la perfezione del cerchio.

Umberto Eco, Il Pendolo di Foucault

In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. Questo era in principio presso Dio e compito del monaco fedele sarebbe ripetere ogni giorno con salmodiante umiltà l’unico immodificabile evento di cui si possa asserire l’incontrovertibile verità. Ma videmus nunc per speculum et in aenigmate e la verità, prima che faccia a faccia, si manifesta a tratti (ahi, quanto illeggibili) nell’errore del mondo, così che dobbiamo compitarne i fedeli segnacoli, anche là dove ci appaiono oscuri e quasi intessuti di una volontà del tutto intesa al male.  Giunto al finire della mia vita di peccatore, mentre canuto senesco come il mondo, nell’attesa di perdermi nell’abisso senza fondo della divinità silenziosa e deserta, partecipando della luce inconversevole delle intelligenze angeliche, trattenuto ormai col mio corpo greve e malato in questa cella del caro monastero di Melk, mi accingo a lasciare su questo vello testimonianza degli eventi mirabili e tremendi a cui in gioventù mi accadde di assistere, ripetendo verbatim quanto vidi e udii, senza azzardarmi a trarne un disegno, come a lasciare a coloro che verranno (se l’Anticristo non li precederà) segni di segni, perché su di essi si eserciti la preghiera della decifrazione.

Umberto Eco, Il nome della rosa

Il passante che in quella grigia mattina del marzo 1897 avesse attraversato a proprio rischio e pericolo place Maubert, o la Maub, come la chiamavano i malviventi (già centro di vita universitaria nel Medioevo, quando accoglieva la folla degli studenti che frequentavano la Facoltà delle Arti nel Vicus Stramineus o rue du Fouarre, e più tardi luogo dell’esecuzione capitale di apostoli del libero pensiero come Étienne Dolet), si sarebbe trovato in uno dei pochi luoghi di Parigi risparmiato dagli sventramenti del barone Haussmann, tra un groviglio di vicoli maleodoranti, tagliati in due settori dal corso della Bièvre, che laggiù ancora fuoriusciva da quelle viscere della metropoli dove da tempo era stata confinata, per gettarsi febbricitante, rantolante e verminosa nella vicinissima Senna.

Umberto Eco, Il cimitero di Praga

L’uomo si chiamava Fred Elkins. Lavorava da venticinque anni sul treno postale della Long Island Railroad, sulla tratta di South Shore. Guadagnava quattromilaottocento dollari l’anno, meno le imposte e indennità varie, e viveva in una squallida casa di St. Albans, zona vicinissima a Jamaica, appena all’interno della linea di New York. Non aveva ancora fatto giorno quando si svegliò, la mattina del 23 dicembre e, vedendo la neve fioccare da un cielo scuro e rabbioso, capì che quello era il giorno giusto.

Max Simon Ehrlich, Una lettera dal passato

Ho fatto la parte pratica del concorso per il Capes in un liceo di Lione, sulla collina della Croix-Rousse. Una scuola nuova, con piante verdi nella sala riservata agli amministrativi e al corpo docente, una biblioteca dalla moquette color sabbia. Ho aspettato lì che mi venissero a chiamare. La prova consisteva in una lezione da tenere in presenza della commissione d’esame, un ispettore e altri due professori di lettere, tutti veterani dell’insegnamento. Una donna correggeva altezzosa gli scritti, senza esitazioni. Mi sarebbe bastato superare indenne l’ora successiva per essere autorizzata a fare come lei per il resto della vita.

Annie Ernaux, Il posto

Ci sono esseri che sono sommersi dalla realtà degli altri, dal loro modo di parlare, accavallare le gambe, accendere una sigaretta. Invischiati nella presenza degli altri. Un giorno, o piuttosto una notte, sono trascinati nel desiderio e nella volontà di un unico Altro. Ciò che credevano di essere scompare. Si dissolvono, e guardano il proprio riflesso agire, obbedire, trascinati nel corso sconosciuto delle cose. Sono sempre in ritardo sull’Altro, sulla sua volontà costantemente avanti di una mossa. Una volontà che non raggiungono mai.

Né sottomissione né consenso, soltanto lo sconcerto del reale che permette giusto di dirsi “cosa mi sta succedendo?” o “è a me che sta succedendo?”, se non fosse che un me, un io, in questa circostanza non c’è più, o non è già più lo stesso. C’è soltanto l’Altro, padrone della situazione, dei gesti, del momento successivo, che è l’unico a conoscere.

Annie Ernaux, Memoria di ragazza

Una sera me ne stavo a sedere sul letto della mia stanza d’albergo, a Bunker Hill, nel cuore di Los Angeles. Era un momento importante della mia vita; dovevo prendere una decisione nei confronti dell’albergo. O pagavo o me ne andavo: così diceva il biglietto che la padrona mi aveva infilato sotto la porta. Era un bel problema, degno della massima attenzione. Lo risolsi spegnendo la luce a andandomene a letto. Al mattino mi svegliai, decisi che avevo bisogno di un po’ di esercizio fisico e cominciai subito. Feci parecchie flessioni, poi mi lavai i denti. Sentii in bocca il sapore del sangue, vidi che lo spazzolino era colorato di rosa, mi ricordai cosa diceva la pubblicità, e decisi di uscire a prendermi un caffè.

John Fante, Chiedi alla polvere

Avanzava, scalciando la neve profonda. Era un uomo disgustato. Si chiamava Svevo Bandini e abitava in quella strada, tre isolati più avanti. Aveva freddo, e le scarpe sfondate. Quella mattina le aveva rattoppate con dei pezzi di cartone di una scatola di pasta. Pasta che non era stata pagata. Ci aveva pensato proprio mentre infilava il cartone nelle scarpe. Detestava la neve. Faceva il muratore e la neve gelava la calce tra i mattoni che posava. Era diretto a casa, ma che senso aveva tornare a casa?

John Fante, Aspetta primavera, Bandini

Negli anni più vulnerabili della mia giovinezza, mio padre mi diede un consiglio che non mi è mai più uscito di mente.” Quando ti vien voglia di criticare qualcuno” mi disse “ricordati che non tutti a questo mondo hanno avuto i vantaggi che hai avuto tu.” Non disse altro, ma eravamo sempre stati insolitamente comunicativi nonostante il nostro riserbo, e capii che voleva dire molto di più di questo. Perciò ho la tendenza a evitare ogni giudizio, una abitudine che oltre a rivelarmi molti caratteri strani mi ha anche reso vittima di non pochi scocciatori inveterati. (trad. Fernanda Pivano)

Francis Scott Fitzgerald, Il grande Gatsby

emma-bovaryEravamo in aula di studio, ed entrò il rettore, dietro gli venivano un nuovo ancora in panni borghesi e un bidello che trascinava un banco. Quelli che dormivano si svegliarono, ci tirammo su tutti, con l’aria di esser stati sorpresi nel fervore dell’attività. Il rettore fece segno che ci rimettessimo a sedere; poi si rivolse al prefetto: “Signor Roger,” gli disse a mezza voce, “vi affido questo allievo, entra in quinta. Se il suo profitto e la sua condotta saranno buoni, lo passeremo tra i grandi come vorrebbe la sua età.”

Gustave Flaubert, Madame Bovary

In venticinque anni di matrimonio Nelly Devenny aveva sempre avuto vergogna di sollevare lo sguardo a causa delle sregolatezze di Tom. Era raramente sobrio, incapace di tenersi un lavoro per più di qualche settimana e sempre in lite con qualcuno. Quando cadde dalla bicicletta, un sabato sera, e venne ucciso da una moto che passava, nessuno, nel paese di Drumeen, si meravigliò che Nelly non fosse distrutta dal dolore. Ella accettò la morte serenamente e con composta dignità, e, quando la bara venne calata nella fossa, versò persino qualche lacrima.

Brian Friel, Tutto in ordine e al suo posto

Il martedì di giugno in cui fu assassinato, l’architetto Garrone guardò l’ora molte volte. Aveva cominciato aprendo gli occhi nell’oscurità fonda della sua camera, dove la finestra ben tappata non lasciava filtrare il minimo raggio. Mentre la sua mano, maldestra per impazienza, risaliva lungo le anse del cordoncino cercando l’interruttore, l’architetto era stato preso dalla paura irragionevole che fosse tardissimo, che l’ora della telefonata fosse già passata. Ma non erano ancora le nove, aveva visto con stupore; per lui, che di solito dormiva fino alle dieci e oltre, era un chiaro sintomo di nervosismo, di apprensione.

Fruttero & Lucentini, La donna della domenica

Garzon non capiva perché quel cadavere mi colpisse tanto, e non riusciva nemmeno a spiegarsi la natura della mia emozione. Secondo lui ormai avevamo visto più morti di Napoleone e Nelson messi insieme, e non si poteva certo dire che quella mattina il Parque de la Ciudadela fosse il campo di Waterloo dopo la battaglia. Un barbone sdraiato su una panchina, questo era tutto. Sembrava semplicemente che fosse rimasto addormentato e che, nonostante quel che gli stava capitando intorno, non si fosse ancora svegliato.

Alicia Gimenez-Bartlett, Un bastimento carico di riso

Era terribile. Mi avvicinavo a poco a poco a quella bara aperta senza vedere chi ci fosse dentro. Era un feretro imponente, di legno lucido e sontuoso. Enormi ceri e svariate corone di fiori circondavano da ogni lato il defunto. Ma più mi avvicinavo, più il mio passo si faceva sicuro, e meno intenso il timore. Quando arrivavo ai piedi del catafalco scoprivo, guardando dentro, la salma di un vecchio, in un impeccabile abito nero, con una fascia tricolore e il petto coperto di medaglie e onorificienze. Non lo avevo mai visto, non sapevo chi fosse, ma era di certo una persona importante. A quel punto, con decisione, infilavo la mano nella borsetta e tiravo fuori un lungo coltello.

Alicia Gimenez-Bartlett, Gli onori di casa

Tre testi che si rispecchiano a vicenda delineano l’enigma che viene proposto al lettore: che cosa ne è stato del capolavoro di Ingres La dormiente di Napoli, dipinto per la regina Carolina Murat più o meno nello stesso periodo della celebre Odalisca? Il dipinto è sparito nel 1815. E’ da lì che trent’anni più tardi Ingres trarrà ispirazione per la sua Odalisca con la schiava? Il quadro, però, non è stato mai ritrovato. Dimenticato in qualche soffitta? Nascosto? Rubato? Ecco la posta in gioco nel romanzo.

Adrien Goetz, L’odalisca perduta

Non c’è niente di meglio della Prospettiva Nevskij, almeno a Pietroburgo, dove essa è tutto.

Nikolaj Gogol, La Prospettiva Nevskij

E’ successa una cosa terribile. Seguono la notizia alla televisione dopo cena, con una tazza di caffè appoggiata lì accanto. Bosnia, Somalia o il terremoto che come un mastino scuote tra fauci apocalittiche un’isola giapponese: uno qualsiasi dei disastri di quel periodo. Quando suona il citofono si guardano con amichevole riluttanza; vai tu, tocca a te.

Nadine Gordimer, Un’arma in casa

Adesso è morto anche tuo marito, Anna. Tuo marito, nostro marito. Mi sarebbe piaciuto che riposasse accanto a te, ma tu hai già due vicini di posto, un avvocato e una signora seppellita un paio d’anni fa. Quando arrivasti tu, l’avvocato c’era già da parecchio tempo. Ho trovato un lotto libero per Georg nella fila successiva; dalla tua tomba si vede il dietro della sua lapide. Ho scelto l’arenaria, nonostante il marmista mi abbia detto che risente delle intemperie. E allora? Il granito non mi piace. I gemelli invece lo avrebbero preferito, su questo punto una volta tanto erano d’accordo. Il granito è troppo pesante, e il nostro Georg accusava un forte senso di oppressione al petto. Forse avremmo dovuto prenderlo più sul serio, ma lui minimizzava. Prima si lamentava e poi, quando volevi condividere la sua preoccupazione, trocava il discorso. Georg era fatto così.

Jens Christian Grøndahl, Spesso sono felice

Era andata così, che qualche mese dopo che Nonna Heni fu morta e seppellita sottoterra, Momik ebbe un nuovo nonno. Questo nonno arrivò nel mese di Shevat dell’anno cinquemilasettecentodiciannove, che in lingua straniera sarebbe il mille novecento e cinquantanove, e non venne dal Dipartimento per la Ricerca dei Congiunti e Nuovi Immigrati, la cui trasmissione Momik doveva stare a sentire tutti i giorni tra l’una e venti e l’una e mezzo mentre mangiava la colazione, e star bene attento se alla radio dicevano uno dei nomi che il babbo gli aveva scritto su un foglio: no, il nonno era arrivato con un’ambulanza della Stella-di-Davide-Azzurra che si era fermata nel pomeriggio nel bel mezzo di una bufera di pioggia davanti alla Drogheria-caffè di Bella Markus, e ne era sceso un uomo grasso e abbronzato ma non uno di quelli neri bensì uno dei nostri, e aveva chiesto a Bella se conosceva qui nella strada la famiglia Neuman, e Bella si era spaventata e si era asciugata presto presto le mani al grembiule e aveva chiesto sì sì è successo qualcosa Dio liberi?

David Grossman, Vedi alla voce: amore

C’era un uomo chiamato Torsten Bergman, esile e bianco di capelli. Era un piastrellista, nato nel 1917. E quindi quel grigio mattino di novembre del 1982 in cui questa storia ha inizio, a Uppsala, aveva già sessantacinque anni. Dormiva in un letto che un tempo era stato doppio e matrimoniale. Adesso era singolo, e con lenzuola mal lavate. Vecchi giornali e qualche bottiglia vuota giacevano sparsi qua e là sul pavimento, in un angolo c’era ancora il vecchio tappeto nero pieno di peli dove usava dormire il cane. La giornata incominciò nell’unico modo possibile: l’erba già morsa dalla prima gelata, il cane sparito da due giorni, tutto vago e incerto, la sua vita più di ogni altra cosa.

Lars Gustafsson, Il pomeriggio di un piastrellista

Io sono un vincente. Ho appena compiuto ottant’anni. Un’età che si può chiaramente raggiungere senza grandi problemi, se si segue la mia ricetta. La ricetta del Dottor Kurth W. Wasser. Ormai da molto passo una quantità spropositata del mio tempo a vincere concorsi. Tutto ha avuto inizio qualche anno fa, quando sono andato in pensione. Li trovo ovunque, su volantini pubblicitari, in varie riviste più o meno raffinate, perfino nelle pagine più leggere, di intrattenimento, dei quotidiani. Sì, hanno cominciato a comparire in pratica dappertutto. Questi strani compiti. Che nessuno ha richiesto.

Lars Gustafsson, La ricetta del dottor Wasser

Siamo arrivate con il vento del carnevale. Un vento tiepido per febbraio, carico degli odori caldi delle frittelle sfrigolanti, delle salsicce e delle cialde friabili e dolci cotte alla piastra proprio sul bordo della strada, con i coriandoli che scivolano simili a nevischio da colletti e polsini e finiscono sul marciapiedi come inutile antidoto contro l’inverno. C’è un’eccitazione febbrile nella folla disposta lungo la stretta via principale, i colli che si allungano per vedere il carro fasciato di carta crespata, con i suoi nastri svolazzanti e le coccarde di cartoncino.

Joanne Harris, Chocolat

Appena gli esiti dell’esame furono pronti, l’infermiere li chiamò nell’ambulatorio, e quando il medico entrò nella stanza diede loro un’occhiata e li invitò a sedersi. Capirono come stavano le cose guardandolo in faccia.

Kent Haruf, Benedizione

A Holt c’era quest’uomo, Tom Guthrie, se ne stava in piedi alla finestra della cucina, sul retro di casa sua, fumava una sigaretta e guardava fuori, verso il cortile posteriore su cui proprio in quel momento stava spuntando il giorno. Quando il sole ebbe raggiunto la sommità del mulino a vento, l’uomo rimase a guardare la luce che si faceva sempre più rossa sulle alette di acciaio e sulla coda, alte sulla piattaforma in legno. Dopo un po’ spense la sigaretta, salì al piano di sopra, passò oltre la porta chiusa dietro la quale lei giaceva a letto al buio nella camera degli ospiti, addormentata oppure no, e percorse il corridoio fino alla stanza a vetrate sopra la cucina, dove c’erano i due ragazzi.

Kent Haruf, Canto della pianura

Tornarono dalla scuderia nella luce obliqua del primo mattino. I fratelli McOheron, Harold e Raymond. Vecchi che si avvicinano a una vecchia casa alla fine dell’estate. Attraversarono il vialetto sterrato, superarono il furgone e l’automobile parcheggiata accanto alla recinzione in rete metallica e varcarono il cancello uno dopo l’altro. Fregarono la suola degli stivali contro la lama di una sega piantata nel terreno, chiazzato di letame e compatto e lucido tutt’intorno per anni e anni di calpestio, e salirono gli scalini in legno fino alla zanzariera della veranda, poi entrarono in cucina, dove la diciannovenne Victoria Roubideaux, seduta al tavolo in pino, stava dando il porridge alla figlioletta.

Kent Haruf, Crepuscolo

E poi ci fu il giorno in cui Addie Moore fece una telefonata a Louis Waters. Era una sera di maggio, appena prima che facesse buio. Vivevano a un isolato di distanza in Cedar Street, nella parte più vecchia della città, olmi e bagolari e un solo acero cresciuti sul ciglio della strada e prati verdi che si stendevano dal marciapiede fino alle case a due piani. Era stata una giornata tiepida, ma di sera aveva rinfrescato. Dopo aver camminato sotto gli alberi, la donna svoltò all’altezza della casa di Louis.

Kent Haruf, Le nostre anime di notte

-E così il denaro sei riuscito a trovarlo? – chiede il ragazzo chiamato Corvo. Il modo di parlare è il solito, un po’ strascicato. Come di uno che si è appena svegliato dopo una lunga dormita e ha i muscoli della bocca ancora intorpiditi. Ma il suo è solo un atteggiamento: in realtà è perfettamente sveglio. Come sempre.

Murakami Haruki, Kafka sulla spiaggia

Robert Cohn era stato un tempo campione di pugilato di Princeton, categoria dei pesi medi. Non crediate che questo, come titolo pugilistico, a me faccia una grande impressione, ma per Cohn significava molto. Non gli importava niente della boxe, anzi la detestava, ma l’aveva imparata, con fatica e sino in fondo, per reagire a quel senso di inferiorità e di insicurezza che gli derivava a Princeton dall’essere trattato come un ebreo. Traeva insomma una certa gioia intima dalla consapevolezza di poter mettere fuori combattimento chiunque avesse fatto lo spocchioso con lui, ma, essendo un ragazzo molto timido e assolutamente perbene, non si batté mai se non in palestra.

Ernest Hemingway, Fiesta

Il mento poggiato sulle braccia incrociate, l’uomo era disteso sulla terra bruna del bosco coperta d’aghi di pino. Sulla sua testa il vento investiva, fischiando, le cime degli alberi. In quel punto il versante del monte si addolciva ma un poco più in giù precipitava rapido, e l’uomo poteva vedere la traccia nera della strada incatramata che, serpeggiando, attraversava il valico. Parallelo alla strada correva un torrente e giù, sulla sponda del valico, l’uomo vedeva una ruota idraulica e l’acqua scrosciante della chiusa, bianca sotto il sole estivo.

Ernest Hemingway, Per chi suona la campana

A quel tempo volevamo soltanto le cose più semplici: mangiare del buon cibo, dormire sereni la notte, sorridere, ridere, sentirci bene. Ci sembrava di averne diritto, noi come chiunque altro. Certo, se ci penso adesso, capisco quanto sia stata ingenua. Ero accecata da un moto di speranza e dalla promessa del possibile, convinta che nelle nostre vite non fosse rimasto più nulla in grado di andare storto.

Cristina Henríquez, Anche noi l’America

Davanti all’arco d’ingresso, retto da colonnette gemelle, del convento di Mariabronn, sul margine della strada c’era un castagno, un solitario figlio del Sud, che un pellegrino aveva riportato da Roma in tempi lontani, un nobile castagno dal tronco vigoroso; la cerchia de’ suoi rami si chinava dolcemente sopra la strada, respirava libera ed ampia nel vento; in primavera, quando intorno tutto era già verde ed anche i noci del monastero mettevano già le loro foglioline rossicce, esso faceva attendere ancora a lungo le sue fronde, poi quando le notti eran più brevi, irradiava di tra il fogliame la sua fioritura esotica, d’un verde bianchiccio e languido, dal profumo aspro e intenso, pieno di richiami, quasi opprimente; e in ottobre, quando l’altra frutta era già raccolta ed il vino nei tini, lasciava cadere al vento d’autunno i frutti spinosi dalla corona ingiallita: non tutti gli anni maturavano; per essi s’azzuffavano i ragazzi del convento, e il sottopriore Gregorio, oriundo del mezzodí, li arrostiva in camera sua sul fuoco del camino.

Hermann Hesse, Narciso e Boccadoro

Sono diventato la persona che sono oggi all’età di 12 anni, in una gelida giornata invernale del 1975. Ricordo il momento preciso: ero accovacciato dietro un muro di argilla mezzo diroccato e sbirciavo di nascosto nel vicolo lungo il torrente ghiacciato. È stato tanto tempo fa. Ma non è vero, come dicono molti, che si può seppellire il passato. Il passato si aggrappa con i suoi artigli al presente. Sono ventisei anni che sbircio di nascosto in quel vicolo deserto. Oggi me ne rendo conto.

Khaled Hosseini, Il cacciatore di aquiloni

Appare sempre più probabile che riuscirò davvero ad intraprendere la spedizione che da alcuni giorni ormai tiene completamente occupata la mia fantasia. Spedizione, vorrei aggiungere, che intraprenderò da solo nella comodità della Ford di Mr Farraday; e che, a quanto prevedo, attraverso gran parte della più bella campagna inglese, mi condurrà fino alla costa occidentale del paese e riuscirà a tenermi lontano da Darlington Hall per cinque o sei giorni almeno. L’idea di un simile viaggio era nata, mi preme sottolinearlo, da una proposta delle più cortesi avanzatami da Mr Farraday in persona un pomeriggio di quasi due settimane orsono mentre spolveravo i ritratti in biblioteca.

Kazuo Ishiguro, Quel che resta del giorno

Jonna aveva la felice caratteristica di svegliarsi ogni mattina come a una nuova vita, che lei si stendeva davanti bianca e immacolata fino a sera, senza quasi mai neanche l’ombra degli errori e delle preoccupazioni del giorno prima. Un’altra sua prerogativa, o meglio dono, altrettanto sorprendente era il profluvio di idee sempre inattese e indipendenti che prosperavano e prendevano energicamente forma per un po’, finché non venivano spazzate via di colpo da un nuovo stimolo che reclamava il suo incontenibile spazio.

Tove Jansson, Fair play

La prima volta che incontrai Dean fu poco tempo dopo che mia moglie e io ci separammo. Avevo appena superato una seria malattia della quale non mi prenderò la briga di parlare, sennonché ebbe qualcosa a che fare con la triste e penosa rottura e con la sensazione da parte mia che tutto fosse morto. Con l’arrivo di Dean Moriarty ebbe inizio quella parte della mia vita che si potrebbe chiamare la mia vita lungo la strada.

Jack Kerouac, Sulla strada

L’idea dell’eterno ritorno è misteriosa e con essa Nietzsche ha messo molti filosofi dell’imbarazzo: pensare che un giorno ogni cosa si ripeterà così come l’abbiamo già vissuta, e che anche questa ripetizione debba ripetersi all’infinito! Che significato ha questo folle mito? Il mito dell’eterno ritorno afferma, per negazione, che la vita che scompare una volta per sempre, che non ritorna, è simile a un’ombra, è priva di peso, è morta già in precedenza, e che, sia stata essa terribile, bella o splendida, quel terrore, quello splendore, quella bellezza non significano nulla. Non occorre tenerne conto, come di una guerra fra due Stati africani del quattordicesimo secolo che non ha cambiato nulla sulla faccia della terra, benché trecentomila negri ci abbiano trovato la morte fra torture indicibili.

Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere

Forse a questo mondo ci sono persone che riescono a leggere nel pensiero anche senza volerlo, e se esistono persone così è molto probabile che mio marito sia uno di loro. Lo penso per via di quello che successe la settimana in cui io sapevo che presto me ne sarei andata, ma lui non lo sapeva; sapevo che dovevo dirglielo, ma non riuscivo a immaginare un modo plausibile di far pronunciare quelle parole alla mia bocca  e siccome mio marito riesce a leggere nel pensiero involontariamente, quella settimana bevve parecchio più del solito, grossi barattoli pieni di gin principalmente, ma anche birre grandi comprate in rosticceria. Arrivava sorseggiando una lattina nascosta in un sacchetto di carta, sorrideva come fosse uno scherzo.

Catherine Lacey, Nessuno scompare davvero

Per quanto vecchio diventasse, Jan Andersson di Skrolycka non potè mai stancarsi di raccontare di quel giorno in cui la sua bimbetta era venuta al mondo. Era uscito presto quel mattino per andare a cercare la levatrice e altra gente che potesse aiutarlo; poi per tutto il resto della mattinata e per un buon tratto del pomeriggio era rimasto a sedere sul ceppo della legnaia, senza aver altro da fare che aspettare. Fuori pioveva a dirotto; e non mancò di prendersi anche lui la sua parte di pioggia, benché si potesse dire che stava seduto al coperto. L’umidità filtrava dalle pareti e le gocce cadevano sopra di lui dal tetto sconnesso; sul più bello, il vento gli rovesciò addosso un intero scroscio attraverso l’apertura senza porta della legnaia.

Selma Lagerlöf, L’imperatore di Portugallia

Il nostro tempo è essenzialmente tragico, quindi ci rifiutiamo di prenderlo tragicamente. Il cataclisma s’è abbattuto, siamo tra le rovine; cominciamo a ricostruire nuovi piccoli centri di vita, a nutrire nuove piccole speranze. E’ un lavoro piuttosto duro; la strada verso l’avvenire non è agevole: bisogna aggirare gli ostacoli o cercare di scavalcarli.

D.H. Lawrence, L’amante di Lady Chatterley

E proprio oggi, quando il paese è saltato nel futuro con uno zaino pieno di cadaveri che sgocciola la traccia del suo riconciliato progresso. Quando i giorni di spavento sembrerebbero svaporati e rimane indietro nell’ieri l’aureola mestruata di quel tempo. Notti di irruzioni, mattine con camion verde oliva alla porta, in attesa di passeggeri destinati al confino. Verso il Sud, fino a un’isola sperduta sulla carta geografica. Verso il Nord, fino a qualche sezione delle miniere di salnitro trasformata in campo di concentramento. E lì, nel momento di abbandonare il passato, la vita familiare e la casa, con la soldataglia che obbligava a partire, con i militi, mitragliette in mano, che spintonavano gli arrestati, i quali, isterici, non sapevano cosa buttare nella valigia dell’esilio.

Pedro Lemebel,

E da quaggiù, dall’altra parte del mondo, dove l’estate finlandese fa tremare le mie pallide e fragili ossa cilene. In questo paradiso di albini, uno non riesce proprio a godersi un sano relax turistico mentre solca i canali verde scuro su lance e barchette bianche dondolate dalla tormenta polare. Sì, perchè qui anche i poveri hanno la barca, mi dice una ispano-americanista finlandese che ha sposato un cileno esiliato. Ed è chiaro che solo il cileno ha fatto centro, assicurandosi i privilegi di quel matrimonio con la bionda impietosita da come allora ce la passavamo male noi cileni.

Pedro Lemebel, Parlami d’amore

Quando l’anno 1900 arrivò trionfalmente a inaugurare il nuovo secolo fra luminarie e simboliche danze, Amos Segre si trovò a fare una solenne promessa a sé stesso. Al compimento dei trent’anni, non un minuto dopo, avrebbe dovuto assolutamente vedere già realizzati due sogni fondamentali. Primo, una ricchezza solida e riconoscibile. Secondo, una moglie con cui dividere una dimora degna di tanta conquista.

Lia Levi, La sposa gentile

Argon. Ci sono, nell’aria che respiriamo, i cosiddetti gas inerti. Portano curiosi nomi greci di derivazione dotta, che significano “il Nuovo”, “il Nascosto”, “l’Inoperoso”, “lo Straniero”. Sono, appunto, talmente inerti, talmente paghi della loro condizione, che non interferiscono in alcuna reazione chimica, non si combinano con alcun altro elemento, e proprio per questo motivo sono passati inosservati per secoli: solo nel 1962 un chimico di buona volontà, dopo lunghi ed ingegnosi sforzi, è riuscito a costringere lo Straniero (lo xenon) a combinarsi fugacemente con l’avidissimo, vivacissimo fluoro, e l’impresa è apparsa talmente straordinaria che gli è stato conferito il premio Nobel.

Primo Levi, Il sistema periodico

Nessuno dei presenti quel giorno al cimitero riuscì a capire perché Abdel Nasser si fosse comportato in quel modo così violento. Neppure il fatto di essere sconvolto per la morte di hajj Mahmud sembrava una giustificazione sufficiente. La sensazione generale era quella del fuoco sotto la cenere. Che fine avevano fatto la signorilità di hajj Mahmud, l’eleganza della sua jubba e del suo fez, o del suo completo con tanto di cravatta e cappello a bombetta, se paragonate all’aria trasandata di suo figlio Abdel Nasser in jeans e giacca da operaio, con i capelli in disordine e la barba incolta? Persino l’avvenenza del ragazzo, che racchiudeva in sé il fascino delle origini andaluse di sua madre e sua nonna e l’alterigia della bellezza turca di suo padre e suo nonno, si era dissolta in quel suo aspetto che lo faceva assomigliare agli scaricatori di porto e ai malavitosi del quartiere, i quali non avevano ricevuto un briciolo d’istruzione neanche per sbaglio.

Shukri al-Mabkhout, L’italiano

Un ragazzo ho mandato alla camera a gas di Huntsville. Uno e soltanto uno. Su mio arresto e mia testimonianza. Sono andato a trovarlo due o tre volte. Tre volte. L’ultima volta il giorno dell’esecuzione. Non ero tenuto ad andarci, ma ci sono andato lo stesso. E non avevo certo voglia. Aveva ammazzato una ragazzina di quattordici anni e posso dirvi subito che non ho mai avuto questa gran voglia di andarlo a trovare né tantomeno di assistere all’esecuzione però ci sono andato lo stesso. I giornali scrissero che era un crimine passionale e lui mi disse che la passione non c’entrava niente. Lui con quella ragazzina ci usciva insieme, anche se era così piccola. Il ragazzo aveva diciannove anni. E mi disse che da quando si ricordava aveva sempre avuto in mente di ammazzare qualcuno.

Cormac Mc Carthy, Non è un paese per vecchi  

Quando si svegliava in mezzo ai boschi nel buio e nel freddo della notte allungava la mano per toccare il bambino che gli dormiva accanto. Notti più buie del buio e giorni uno più grigio di quello appena passato. Come l’inizio di un freddo glaucoma che offuscava il mondo. La sua mano si alzava e si abbassava a ogni prezioso respiro. Si tolse di dosso il telo di plastica, si tirò su avvolto nei vestiti e nelle coperte puzzolenti e guardò verso est in cerca di luce ma non ce n’era. Nel sogno da cui si era svegliato vagava in una caverna con il bambino che lo guidava tenendolo per mano. Il fascio di luce della torcia danzava sulle pareti umide piene di concrezioni calcaree. Come viandanti di una favola inghiottiti e persi nelle viscere di una bestia di granito.

Cormac Mc Carthy, La strada

Sull’edizione del giovedì del Riverdale Press c’era un articolo che cominciava con Ieri notte un uomo bianco non identificato è stato travolto da un treno della Metro-North che entrava nella stazione di Riverdale in West 254th Street. L’uomo è morto sul colpo. Il macchinista aveva dichiarato alla polizia che l’uomo era solo e si era buttato sui binari. La polizia aveva rimosso il corpo e cercato i documenti, invano. I 425 passeggeri erano stati trasferiti su un altro treno, che era ripartito con una ventina di minuti di ritardo.

Sarah Manguso, Il salto

In mattinata il generale si soffermò a lungo nella cantina del vigneto. Vi si era recato all’alba insieme al vignaiolo perché due botti del suo vino avevano cominciato a fermentare. Quando finì di imbottigliarlo e fece ritorno a casa, erano già le undici passate. Ai piedi delle colonne, sotto il portico lastricato di pietre umide ricoperte di muffa, lo attendeva il guardiacaccia, che porse una lettera al padrone appena arrivato.  “Cosa vuoi?” disse il generale, e si arrestò con aria seccata. Spinse indietro sulla fronte il cappello di paglia a tesa larga che gli ombreggiava il viso arrossato. Da anni ormai non apriva né leggeva lettere. La corrispondenza veniva aperta e selezionata da un impiegato dell’ufficio dell’intendente.

Sandor Marai, Le braci 

Anche quella sera i clienti se ne andarono almeno mezz’ora prima della chiusura. Rimanevo solo io nel locale, visto che hernan, il barista, già da qualche minuto era sparito in cucina. Stavano trasmettendo un film con John Travolta e lui non sarebbe stato tanto stupido da perderselo. Terminai la birra e posai la bottiglia sul tavolo, con le altre già svuotate. Le contai. Ero comodamente in doppia cifra e, per dirla tutta, non era il primo bar che visitavo quella sera. Questi non sono record di cui andare fieri, lo so. Ma voglio essere onesto fin da subito. A quel tempo avevo dei problemi con l’alcol. O meglio, i problemi ce li avevo senza l’alcol.

Stefano Marelli, Altre stelle uruguayane

Il sole è appena spuntato, ma siamo in strada già da un po’. Ho un sonno terrificante. Il barile di nescafé trangugiato  a occhi chiusi non fa nessun effetto. Sulla panchetta laterale del Land, imbambolato dalla rotta serpeggiante che Miller è costretto a tracciare per evitare di farsi intrappolare dalle dune, rischio di addormentarmi. Vorrei evitarlo, giusto per educazione. Allegra e Miller, davanti, dall’alba di bovidiano: teste rotonde, bubalino, tamacheq, Mori, Monod e Lhote. Vedo che ne sapete quanto me. Tranquilli, è tutta roba relativa a campagne di scavi, pitture e incisioni rupestri, lingua e scrittura tuareg. Inserirmi nella conversazione, neanche per scherzo. Niente da fare, sto per crollare. Oltretutto, qui dietro c’è una puzza di benzina, gasolio, cazzonesò, che pare di stare su un traghetto della Tirrenia. Il serbatoio perde. Sono state le prime parole di Miller ieri, quando è venuto a prendere me e Allegra all’aeroporto di Tozeur. Una cosa da niente.

Stefano Marelli, A dime a dozen

Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendia si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era cosí recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito.

Gabriel Garcia Marquez, Cent’anni di solitudine 

La zia Leonor aveva l’ombelico più bello che si fosse mai visto. Un piccolo punto affondato proprio al centro del ventre piattissimo. Aveva la schiena lentigginosa e le natiche rotonde e sode, come le brocche da cui beveva l’acqua da bambina. Aveva le spalle dolcemente sollevate, camminava adagio, come su un filo teso. Chi le ha viste racconta che le sue gambe erano lunghe e dorate, che sul pube aveva un ciuffo rossiccio e altero, che era impossibile guardarle i fianchi senza desiderarla tutta.

Angeles Mastretta, Donne dagli occhi grandi

Ci sono volte in cui l’assenza di mio padre mi pesa sul petto come se ci stesse seduto sopra un bambino. Altre volte riesco a malapena a evocare i lineamenti precisi del suo viso e devo tirar fuori le fotografie che conservo in una vecchia busta nel cassetto del comodino. Non c’è stato giorno, dalla sua improvvisa e misteriosa scomparsa, che io non lo abbia cercato, rovistando nei posti più improbabili. Tutto e tutti, lo stesso esistere, sono diventati un’evocazione, una possibilità di somiglianza. Forse è questo che si intende con quella parola breve e ormai quasi arcaica: elegia. Non lo vedo nello specchio ma avverto i suoi aggiustamenti, come se si stesse infilando in una camicia che gli va quasi bene. Mio padre è sempre stato intimamente misterioso, anche quando c’era. Provo a immaginarmi come avrebbe potuto essere avvicinarlo da pari a pari, da amico, ma non ci riesco del tutto.

Hisham Matar, Anatomia di una scomparsa

Mi torna in mente l’ultima estate prima che mi mandassero via. Era il 1979 e il sole era dappertutto. Tripoli giaceva immobile e abbagliante nella canicola. Ogni persona, animale o formica vagava alla disperata ricerca d’ombra, quelle occasionali chiazze grigie di misericordia scavate nell’onnipresente biancore. Ma la vera misericordia arrivava solo di notte, una brezza che il vacuo deserto rendeva gelida, che il mare mormorante inumidiva, un’ospite restia e silente che sfilava per le strade vuote, incerta su quanto le fosse concesso vagare nel regno della stella assoluta. Ed ecco che sorgeva, la stella, fedele nei tempi, a scacciare la brezza benedetta. Era quasi mattina.

Hisham Matar, Nessuno al mondo

Farid non ha mai visto il mare, non c’è mai entrato dentro. Lo ha immaginato tante volte. Punteggiato di stelle come il mantello di un pascià. Azzurro come il muro azzurro della città morta. Ha cercato le conchiglie fossili sepolte milioni di anni fa, quando il mare entrava nel deserto. Ha rincorso i pesci lucertola che nuotano sotto la sabbia. Ha visto il lago salato e quello amaro e i dromedari color argento avanzare come logore navi di pirati. Abita in una delle ultime oasi del Sahara.

Margaret Mazzantini, Mare al mattino

Call me Ishmael. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che mi interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. E’ un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione.

Herman Melville, Moby Dick

Um Raquba, un puntino sulla carta del Sudan meridionale, ottantamila “abitanti” in questo campo di profughi, vestiti di stracci, mezzi nudi, sfiancati, luogo di morte fra molti altri sulla Terra in questo XX secolo. Qui sono a migliaia ad aspettare non si sa cosa, anche la speranza appare vana. Oggi il medico avrà nuovi medicinali? Domani ci sarà l’acqua, qualcosa da mangiare, si vedrà comparire il camion col telone con sopra un logo colorato, scritto con i segni di una lingua lontana che qui nessuno di quelli che hanno fame sa leggere? Arriverà finalmente la clemenza della natura? Queste le domande che ossessionano i rifugiati ammassati nell’accampamento dal colore ocra spento del deserto.

R. Mihaileanu-A. Dugrand, Vai e vivrai

Pilastri e pareti portanti si spezzarono in due bruscamente; un frastuono assordante in cui si mescolavano lo scricchiolio di travi e montanti, lo schianto di scale, soffitti, tramezzi e volte, vetri in frantumi, mattoni, tegole e piastrelle sbriciolate, rimbombò lungo baixada de la Ferradura mentre la casa crollava senza scampo. Subito una nuvola di polvere, la prima di quelle che avrebbero accompagnato la lunga agonia che aveva inizio allora, si sollevò sull’abitato e si sfilacciò a poco a poco nell’aria tersa del mattino primaverile.

Jesús Moncada, Il testamento dei fiumi

Le prime avvisaglie dell’autunno spingono Adelmo Farandola a scendere in paese per fare provviste. La mattina, uscendo dalla baita, vede attorno alla malga l’erba dei prati intrisa di brina che stenta a sciogliersi. Venti gelidi insistono lungo il vallone, si insinuano fin tra le pareti della baita, sembrano battere alla porta, di giorno e di notte. Le nuvole si ingrossano, gravano sulle cose, e niente le sfilaccia più dalle pareti di roccia.

Claudio Morandini, Neve, cane, piede

Oggi li invidiamo i nostri vecchi, che fino a mezzo secolo fa andavano e venivano giusto una volta l’anno tra Sostigno, il villaggio a valle, e Testagno, il villaggio a monte, e d’estate erano su, tra i pascoli più alti, quelli sotto le cime, gli ultimi con l’erba buona, mentre d’inverno stavano in basso, nelle case vicino al fiume, tra i campi e i sassi della piana. Una volta era così, la sera i più vecchi lo raccontano fino alla noia, e pure noi ci ricordiamo di quando eravamo bambini e la vita era più semplice e priva di ambiguità, sei mesi su, sei mesi giù. Ma cos’è successo poi? Ce lo chiediamo un po’ tutti, la sera, fino alla noia, e proviamo a tornare indietro nel tempo con il pensiero per vedere se troviamo il punto esatto in cui la bella, facile linearità della vita di una volta si è ingarbugliata e tutto è diventato instabile.

Claudio Morandini, Le pietre

Un giorno di gennaio dell’anno 1941, un soldato tedesco di passaggio, godendo di un pomeriggio di libertà, si trovava, solo, a girovagare nel quartiere di San Lorenzo, a Roma. Erano circa le due del dopopranzo, e a quell’ora, come d’uso, poca gente circolava per le strade. Nessuno dei passanti, poi, guardava il soldato, perché i Tedeschi, pure se camerati degli Italiani nella corrente guerra mondiale, non erano popolari in certe periferie proletarie. Né il soldato si distingueva dagli altri della sua serie: alto, biondino, col solito portamento di fanatismo disciplinare, e, specie nella posizione del berretto, una conforme dichiarazione provocatoria.

Elsa Morante, La storia

Entrò Carla; aveva indossato un vestitino di lanetta marrone con la gonna così corta, che bastò quel movimento di chiudere l’uscio per fargliela salire di un buon palmo sopra le pieghe lente che le facevano le calze intorno alle gambe; ma ella non se ne accorse e si avanzò con precauzione guardando misteriosamente davanti a sé, dinoccolata e malsicura; una sola lampada era accesa e illuminava le ginocchia di Leo seduto sul divano; un’oscurità grigia avvolgeva il resto del salotto.

Alberto Moravia, Gli indifferenti

Da qualche tempo accarezzo l’idea di raccogliere alcuni episodi della vita di Abdul Bashur, amico e complice del Gabbiere per buona parte della sua vita, e protagonista, in ruoli niente affatto secondari, di molte delle imprese in cui Maqroll era solito compromettersi con una facilità sospetta. In molte di esse Bashur svolse il ruolo del salvatore, aiutando Maqroll nei momenti critici, grazie a quella astuta pazienza che costituisce uno dei tratti predominanti del carattere levantino. Ora ho deciso di intraprendere questo compito di cronista, che stavo rimandando all’infinito. Lo spunto per farlo nacque da un avvenimento caratteristico delle vicissitudini e delle sorprese che hanno popolato l’esistenza del Gabbiere.

Álvaro Mutis, Abdul Bashur, sognatore di navi

Che pesante, pensavano i parigini. L’aria di primavera. Una notte di guerra, l’allarme. Ma la notte se ne va, la guerra è lontana. Quelli che non dormivano, i malati accoccolati nei loro letti, le madri con i figli al fronte, le donne innamorate con gli occhi pesti per il pianto, sentivano il primo sibilo della sirena. Era ancora soltanto un respiro profondo simile al sospiro che esce da un petto oppresso. Trascorsi pochi istanti, il cielo intero si sarebbe riempito di clamori. Giungevano da lontano, dall’orizzonte estremo, senza fretta si sarebbe detto!

Irene Nemirovsky, Suite francese

il-paziente-inglese-romanzoSi alza in piedi nel giardino in cui ha lavorato e guarda in lontananza. Ha avvertito il mutamento del tempo. Un’altra folata di vento, un fremito nell’aria, e gli alti cipressi ondeggiano. Si volta e si incammina su verso la villa, scavalca un basso muretto, mentre sente le prime gocce di pioggia sulle braccia nude. Attraversa la loggia ed entra rapidamente.  Percorre la cucina senza fermarsi e sale le scale buie procedendo lungo l’ampio salone in fondo al quale un cuneo di luce fuoriesce da una porta aperta. Entra nella stanza che è un altro giardino con alberi e pergolati dipinti su pareti e soffitto. L’uomo giace sul letto, è esposto alla ventilazione, e al suo ingresso volge lentamente il capo verso la donna.

Michael Ondaatje, Il paziente inglese

Sull’automobile viaggiavano due uomini depressi. Il sole al tramonto, battendo sul parabrezza polveroso, infastidiva i loro occhi. Era l’estate di San Giovanni. Lungo la strada sterrata il paesaggio finlandese scorreva sotto il loro sguardo stanco, ma nessuno dei due prestava la minima attenzione alla bellezza della sera. Erano un giornalista e un fotografo in viaggio di lavoro, due persone ciniche, infelici. Prossimi alla quarantina, erano ormai lontani dalle illusioni e dai sogni della gioventù, che non erano mai riusciti a realizzare. Sposati, delusi, traditi, entrambi con un inizio d’ulcera e una quotidiana razione di problemi di ogni genere con cui fare i conti.

Arto Paasilinna, L’anno della lepre

La schiuma alla bocca, dieci tori impazziti passarono al galoppo davanti all’umile dimora del lattoniere Vaino Volotinen. Il temporale più violento dell’estate si era appena abbattuto sulla mandria. “Mamma, corri, vieni a vedere!” gridarono i bambini rivolgendosi alla camera dove la moglie di Vaino Volotinen stava partorendo l’ultimo rampollo. Nonostante le doglie del parto, Siiri Volotinen si alzò e, spinta dalla curiosità, si trascinò fino alla finestra. “I lampi li avranno fatti impazzire”, constatò, e se ne tornò al suo travaglio.

Arto Paasilinna, La prima moglie e altre cianfrusaglie

E’ una sera d’inverno. Le vie della grande città sono deserte, a parte uno spazzaneve solitario che sgombra i marciapiedi dalla neve appena caduta. Dalle finestre delle case i televisori a colori proiettano sul cielo nero le loro luci cangianti. Su un tavolo arde una candela. Nel suo alone caldo, due figure: un uomo e una donna. Protesi l’uno verso l’altra, si tengono la mano e si guardano negli occhi.

Arto Paasilinna, Il liberatore dei popoli oppressi

Dolore. Nonna Mencía soffre accanto a me. Ha un braccio rotto e novant’anni. Ha anche ricordi, immagini, voci e nomi che a volte confonde con cose che non ha vissuto. E tenerezza. E silenzio, anche. Due letti. Su uno giace la nonna, vecchia e smemorata. Quando si alza, perde i denti. A volte la mamma li ritrova nella pattumiera. Allora Mencía la guarda e sorride, anche se non sa perché. Due letti. Sull’altro ci sono io, a contorcermi per il dolore. Herpes zoster. Un’artigliata che mi copre il busto dall’ombelico alla spina dorsale. Ero andata in ospedale pensando di avere una costola rotta. la dottoressa ha riso quando  mi ha visto la schiena.

Alejandro Palomas, Tanta vita

Mamma aveva detto che i fiori li avrebbe comprati lei, ma nel trambusto generale si è dimenticata di passare dal fioraio e siamo rimasti senza. Adesso sta contando i chicchi d’uva vicino a me. Li strappa delicatamente dal grappolo mentre ascolta la radio che risuona, moltiplicata per tre, nel piccolo appartamento, dall’apparecchio che sta sul piano cottura della cucina, da quello che ha lasciato acceso nella sua camera e, infine, dall’altro che ha sistemato in bagno, e che spegne molto di rado. Seduti al tavolo della sala da pranzo, lei conta i chicchi d’uva e io piego i tovagliolo rossi con fantasie natalizie, mentre nel forno si raffreddano la crema di asparagi e una specie di arrosto che dovrebbe essere di tacchino, ma che sembra qualcos’altro.

Alejandro Palomas, Capodanno da mia madre

Adesso io sono un morto, un cadavere in fondo a un pozzo. Ho esalato l’ultimo respiro ormai da tempo, il mio cuore si è fermato, ma, a parte quel vigliacco del mio assassino, nessuno sa cosa mi sia successo. Lui, il disgraziato schifoso, per essere sicuro di avermi ucciso ha ascoltato il mio respiro, ha tastato il mio polso, mi ha dato un calcio nel fianco, mi ha portato al pozzo e mi ha preso in braccio per poi buttarmici dentro.

Orhan Pamuk, Il mio nome è rosso

Volevo fare lo scrittore. Ma, dopo i fatti che mi accingo a raccontare, sono diventato un geologo e un costruttore. Non credano i miei lettori che questi eventi siano morti e sepolti, che questi fatti appartengano al passato solo perché ho deciso finalmente di narrarli. Ogni volta che torno a pensarci, ogni volta, sento addosso il peso di quei momenti. Per questo sono sicuro che anche voi, come me, vi lascerete trascinare nella spirale dei misteri del rapporto tra padre e figlio.

Orhan Pamuk, La donna dai capelli rossi

Andavano e sempre camminando cantavano “eterna memoria”, e a ogni pausa era come se lo scalpiccio, i cavalli, le folate di vento seguitassero quel canto. I passanti facevano largo al corteo, contavano le corone, si segnavano. I curiosi, mescolandosi alla fila, chiedevano: “Chi è morto?” La risposta era: “Zivago.” “Ah! Allora si capisce.” “Ma non lui. La moglie.” “È lo stesso. Dio l’abbia in gloria. Gran bel funerale.” Scoccarono gli ultimi minuti, scanditi, irrevocabili. “La terra del Signore e la sua creazione, l’universo e ogni cosa vivente.” Il prete nel gesto della benedizione gettò un pugno di terra su Màrija Nikolàevna. Fu intonato “Con gli spiriti giusti.” Poi tutto prese un ritmo spaventoso. La bara fu chiusa, inchiodata, calata nella fossa. Tambureggiò la pioggia delle palate di terra, rovesciata in fretta, con quattro vanghe, sulla cassa, finché non si formò un piccolo tumulo. Sopra vi salì un ragazzo di dieci anni. Soltanto quello stato d’inebetito torpore, che di solito prende alla fine d’ogni imponente funerale, poté creare l’impressione che il bambino volesse tenere un discorso sulla tomba della madre.

Boris Pasternak, Il dottor Zivago

A quei tempi era sempre festa. Bastava uscire di casa e traversare la strada, per diventare come matte, e tutto era così bello, specialmente di notte, che tornando stanche morte speravano ancora che qualcosa succedesse, che scoppiasse un incendio, che in casa nascesse un bambino, e magari venisse giorno all’improvviso e tutta la gente uscisse in strada e si potesse continuare a camminare  fino ai prati e fin dietro le colline. – Siete sane, siete giovani, – dicevano, – siete ragazze, non avete pensieri, si capisce-. Eppure una di loro, quella Tina che era uscita zoppa dall’ospedale e in casa non aveva da mangiare, anche lei rideva per niente, e una sera, trottando dietro gli altri, si era fermata e si era messa a piangere perché dormire era una stupidaggine e rubava tempo all’allegria.

Cesare Pavese, La bella estate

pavese-la-spiaggia-3Da parecchio tempo eravamo intesi con l’amico Doro che sarei stato ospite suo. A Doro volevo un gran bene, e quando lui per sposarsi andò a stare a Genova ci feci una mezza malattia. Quando gli scrissi per rifiutare di assistere alle nozze, ricevetti una risposta asciutta e baldanzosa dove mi spiegava che, se i soldi non devono neanche servire a stabilirsi nella città che piace alla moglie, allora non si capisce più a che cosa devano servire. Poi, un bel giorno, di passaggio a Genova, mi presentai a casa sua e facemmo la pace. Mi riuscì molto simpatica la moglie, una monella che mi disse graziosamente di chiamarla Clelia e ci lasciò soli quel tanto ch’era giusto, e quando alla sera ci ricomparve innanzi per uscire con noi, era diventata un’incantevole signora cui, se non fossi stato io, avrei baciato la mano.

Cesare Pavese, La spiaggia

Già in altri tempi si diceva la collina come avremmo detto il mare o la boscaglia. Ci tornavo la sera, dalla città che si oscurava, e per me non era un luogo tra gli altri, ma un aspetto delle cose, un modo di vivere. Per esempio, non vedevo differenza tra quelle colline e queste antiche dove giocai da bambino e adesso vivo: sempre un terreno accidentato e serpeggiante, coltivato e selvatico, sempre strade, cascine e burroni.

Cesare Pavese, La casa in collina

leggere-rinfresca-la-mente

Ci sarà tepore nella stanza e odore di cibi fritti. Verranno tutti, con i vestiti della festa, le scarpe rinfrescate da una spazzolata. Arriveranno alle nove e, l’uno dopo l’altro, prenderanno posto intorno alla tavola. Non porteranno regali, non lo fanno mai, ma non importa: ne ho preparati io per loro, davanti ai quali spalancheranno gli occhi, ma io guarderò altrove.

Entrando non si saluteranno, né saluteranno me, ma a poco a poco prenderanno confidenza con le sedie impagliate di fresco, con la tovaglia di macramè che uso solo una volta all’anno. Si guarderanno intorno scrutando la casa silenziosa; quindi cederanno all’impulso di annusare l’aria e aggrotteranno le sopracciglia: non sono venuti per mangiare, ma allora perché sono qui? Dopodiché si metteranno a sedere e aspetteranno. Io porterò in tavola ravioli di ricotta, poi fagotti di castagne che quest’anno son venuti meglio, infine fichi secchi che con cura ho riempito di noci.

Carmen Pellegrino, Cade la terra

La voce femminile si diffonde dall’altoparlante, leggera e piena di promesse come un velo da sposa. – Il signor Malaussene è desiderato all’Ufficio Reclami. Una voce velata, come se le foto di Hamilton si mettessero a parlare. Eppure, colgo un leggero sorriso dietro la nebbia di Miss Hamilton. Niente affatto tenero, il sorriso. Bene, vado. Arriverò probabilmente la settimana prossima. E’ il 24 dicembre, sono le 16 e 15, il Grande Magazzino è strapieno. Una fitta folla di clienti gravati dai regali ostruisce i passaggi. Un ghiacciaio che cola impercettibilmente, in un cupo nervosismo. Sorrisi contratti, sudore lucente, ingiurie sorde, sguardi pieni d’odio, urla terrorizzate di bambini acciuffati da Babbi Natale idrofili.

Daniel Pennac, Il paradiso degli orchi

Il pirata informatico si infiltrò nel sistema centrale del Vaticano undici minuti prima di mezzanotte. Trentacinque secondi dopo, uno dei computer collegati alla rete principale dette l’allarme. Solo una spia luminosa intermittente sullo schermo segnalava l’inserimento automatico del controllo di sicurezza in seguito ad una intrusione esterna.

Arturo Pérez-Reverte, La pelle del tamburo

Bepy sentì di non avere scampo diverse ore dopo aver incassato la diagnosi di tumore alla vescica, quando tra il novero sterminato d’interrogativi agghiaccianti scelse: Potrò ancora scopare una donna o tutto finisce qui?  Sebbene tale dilemma possa apparire una patologica inversione delle priorità, per lui, nell’estremo frangente, risultò più spaventoso lo spettro della compromessa mascolinità che l’orrore del nulla: forse perché nel suo immaginario impotenza e morte coincidevano, anche se la seconda era preferibile alla prima, se non altro per il conforto dell’assenza eterna … O forse il salto nel buio che aveva condotto quest’uomo di successo alla bancarotta finanziaria era stato troppo fulmineo per non scalfirgli l’integrità emotiva.

Alessandro Piperno, Con le peggiori intenzioni

Per molto tempo, mi son coricato presto la sera. A volte, non appena spenta la candela, mi si chiudevan gli occhi così subito che neppure potevo dire a me stesso: “M’addormento”. E, una mezz’ora dopo, il pensiero che dovevo ormai cercar sonno mi ridestava; volevo posare il libro, sembrandomi averlo ancora fra le mani, e soffiare sul lume; dormendo avevo seguitato le mie riflessioni su quel che avevo appena letto, ma queste riflessioni avevan preso una forma un po’ speciale; mi sembrava d’essere io stesso l’argomento del libro: una chiesa, un quartetto, la rivalità tra Francesco I e Carlo V. La convinzione sopravviveva per qualche attimo al mio risveglio, e non offendeva la mia ragione, ma mi pesava sugli occhi come scaglie, ed impediva loro di rendersi conto che la candela non era più accesa.

Marcel Proust, La strada di Swann

Quando si trattò di avere per la prima volta a pranzo il signor di Norpois, siccome mia madre diceva che era proprio un peccato che il professor Cottard fosse in viaggio e che lei avesse smesso del tutto di frequentare Swann, perché l’uno e l’altro avrebbero certamente interessato l’ex ambasciatore, mio padre rispose che un convitato eminente, un illustre scienziato come Cottard non poteva mai sfigurare in un pranzo, ma Swann, con la sua ostentazione, e quel suo modo di strombazzare le conoscenze più trascurabili, era un volgare sbruffone che il marchese di Norpois avrebbe di sicuro giudicato, secondo la sua espressione, “pestifero”.

Marcel Proust, All’ombra delle fanciulle in fiore

Il pigolar mattutino degli uccelli sembrava insulso a Françoise. Ogni parola delle “donne” la faceva sussultare; intrigata da ogni lor passo, era sempre a domandarsene la direzione: avevamo cambiato casa. Non era che ci fosse minor movimento di domestici nel “sesto piano” della nostra casa di prima; ma quelli li conosceva, e i loro andirivieni le eran divenuti cosa nota ed amica.

Marcel Proust, I Guermantes

E’ noto come quel giorno (il giorno che c’era la festa della principessa di Guermantes), molto prima di recarmi a fare al duca e alla duchessa la visita che ho narrata, io avevo spiato il loro ritorno, e, stando di scolta, avevo fatto una scoperta che riguardava in particolare il signor di Charlus, ma così importante in sé che fino ad oggi, fino al momento di poterle dare lo spazio e l’ampiezza dovuti, mi sono astenuto dal raccontarla.

Marcel Proust, Sodoma e Gomorra

Sin dal mattino, la testa ancora vòlta verso la parete, e prima ancora d’aver visto, sopra i grandi tendaggi della finestra, di qual colore fosse la striscia luminosa del giorno, sapevo già che tempo era. Me lo avevano appreso i primi rumori della strada, secondo che mi giungevano smorzati e deviati dall’umidità o vibranti come frecce nell’area risonante e vuota d’un mattino spazioso, gelido e puro; sin dal rotolio del primo tram, avevo intuito se se ne stava intirizzito nella pioggia o se era in partenza per l’azzurro.

Marcel Proust, La prigioniera

“La signorina Albertine se n’è andata!” Come, più della psicologia stessa, la sofferenza la sa lunga in materia di psicologia! Un momento prima, mentre mi stavo analizzando, avevo creduto che una separazione senza esserci riveduti fosse appunto quella che desideravo; e, paragonando la mediocrità dei piaceri che Albertine mi dava con la ricchezza dei desideri che mi impediva di soddisfare ( e ai quali la certezza della sua presenza in casa mia, pressione della mia atmosfera morale, aveva permesso di occupare nel mio animo il primo posto, ma che, non appena ricevuta la notizia della partenza di Albertine, neppur potevano porsi in concorrenza con lei, svaniti com’erano, tutt’a un tratto), mi ero stimato molto acuto, concludendo che non volevo più vederla, che non l’amavo più.

Marcel Proust, La fuggitiva

Non avrei ragione d’intrattenermi sul soggiorno che feci nei pressi di Combray, e che fu forse il momento della mia vita in cui meno pensai a Combray, se, proprio per questo, esso non avesse apportato una verifica almeno provvisoria a certe idee che m’eran venute dapprima dalla “parte di Guermantes” e anche ad altre venutemi dalla “parte di Méséglise”. Ricominciai ogni sera, ma in un altro senso, le passeggiate che facevamo, di pomeriggio, a Combray, quando si andava verso Méséglise.

Marcel Proust, Il tempo ritrovato

Si svegliò col suono della stessa musica tonda, dal ritmo sciocco. Come tutte le mattine, ascoltò l’elenco delle ipertrofie del traffico, fra Sala Consilina e Lagonegro Nord fra Brogeda e Como e Chiasso. Levò una mano senza aprire gli occhi, palpò la superficie liscia della radio. La radio tacque. Un piccolo sollievo subito annullato dal peso degli oscuri riferimeti notturni. Sentendosi stanco si alzò. Si guardò i piedi. Uniti, nudi, magri. Gli parvero estranei al suo corpo.

Lidia Ravera, Le seduzioni dell’inverno

Ero un fiore ancora in boccio, ma già smaniosa di essere un’altra, anzi svariate altre, a seconda dei casi. Creatura di carta, sfogliavo pagine in continuazione pretendendo di entrarci dentro per farmi personaggio a mia volta, entità immaginaria come i miei eroi: ehi, adesso dovete fare i conti con me!

Lo dicevo al maschile: da grande farò il libraio, venderò storie, avventure, tormenti e tutto il resto. Mi arrampicavo su scale traballanti per raggiungere gli scaffali più alti, incuriosita dai dorsi dei classici che quasi toccavano il soffitto. Era tutto così bianco in quella intelligent room di don Arturo Mastrocinque, un bianco quasi accecante nel quale ogni volta rischiavo di precipitare assieme a una pioggia di romanzi con le ali aperte come uccelli. L’ho sognato almeno due volte: ero io stessa un libro che cadeva con le ali aperte.

Ermanno Rea, Il sorriso di don Giovanni

la-versione-di-barneyTutta colpa di Terry. E’ lui il mio sassolino nella scarpa. E se proprio devo essere sincero, è per togliermelo che ho deciso di cacciarmi in questo casino, cioè di raccontare la vera storia della mia vita dissipata. Fra l’altro mettendomi a scribacchiare un libro alla mia veneranda età violo un giuramento solenne, ma non posso non farlo. Non posso lasciare senza risposta le volgari insinuazioni che nella sua imminente autobiografia Terry Mc Iver avanza su di me, le mie tre mogli ( o come dice lui la troika di Barney Panofsky), la natura della mia amicizia con Boogie e, ovviamente, lo scandalo che mi porterò fin nella tomba.

Mordecai Richler, La versione di Barney

Lo Svedese. Negli anni della guerra, quando ero ancora alle elementari, questo era un nome magico nel nostro quartiere di Newark, anche per gli adulti della generazione successiva a quella del vecchio ghetto cittadino di Prince Street che non erano ancora così perfettamente americanizzati da restare a bocca aperta davanti alla bravura di un atleta del liceo. Era magico il nome, come l’eccezionalità del viso. Dei pochi studenti ebrei di pelle chiara presenti nel nostro liceo pubblico prevalentemente ebraico, nessuno aveva nulla che somigliasse anche lontanamente alla mascella quadrata e all’inespressiva maschera vichinga di questo biondino dagli occhi celesti spuntato nella nostra tribù con il nome di Seymour Irving Levov.

Philip Roth, Pastorale americana

Il treno per Odessa fila a centocinquanta orari nella luce verde della sera, scavalca fiumi color rame, scende verso il Mar Nero sul lungo piano inclinato dell’Ucraina. Lo scompartimento trema, pare indemoniato: sul tavolino è franata ogni cosa, e sulla cuccetta di sopra un tipo di centocinquanta chili russa e sussulta così paurosamente che temo precipiti anche lui. Intanto mi sono già caduti addosso il suo zaino, una pioggia di monetine e una bottiglia d’acqua minerale. Alla partenza mi ha chiesto: “Di dove sei?”. Gli ho detto “italiano”, e lui, ridendo incredulo, ha detto: “Ma che ci vieni a fare in questo paese?”. Gli ho risposto con un sospiro, “La vostra è una terra meravigliosa”, ma lui si era girato su un fianco col suo corpaccione da plantigrado per piombare in un letargo istantaneo, come sotto anestesia, in una notte profondissima dei sensi.

Paolo Rumiz, Trans Europa Express

“Voi non capite niente dell’amore.”/ Così tagliava corto il nostro Max / quando il discorso cadeva sul tema / della passione che il mondo consuma. / “Über die Liebe was glaubt ihr zu wissen” / erano proprio queste le parole / che ripeteva con aria di sfida / e un po’ con questo tono della voce. / Faceva un gesto largo con la mano / per esprimere il suo compatimento / ed era quello il segnale che noi / aspettavamo per farci coraggio / e chiedergli un’altra volta / della cotogna venuta da Istanbul / quella sua storia d’amore e di morte / che si giocò tra Bosforo r Danubio / quando ebbe fine al centro dei Balcani / una cosa che noi chiamiamo guerra / e invece fu, lo posso garantire / io che l’ho vista molto da vicino / nient’altro che un imbroglio vergognoso.

Paolo Rumiz, La cotogna di Istanbul

Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com’è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne. Primo, quella roba mi secca, e secondo, ai miei genitori gli verrebbero un paio di infarti per uno se dicessi qualcosa di troppo personale sul loro conto.

J.D. Salinger, Il giovane Holden

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, l’illustrissimo monsignor vescovo-arcivescovo di Palma di Maiorca, con un gesto della veneranda mano su cui brilla l’anello pastorale, indica ai carnefici il petto dei poveri “cattivi”. Ce lo dice George Bernanos. Ce lo dice un fervente cattolico.

Spagna, 1936. La guerra civile sta per scoppiare, e mia madre è una povera cattiva. Una povera cattiva è una povera che non tiene la bocca chiusa. Il 18 luglio 1936 mia madre apre bocca per la prima volta. Ha quindici anni. Abita in un paesino sperduto in cui, da secoli, un pugno di latifondisti costringe tante famiglie come la sua a vivere nella miseria più nera.

Lydie Salvayre, Non piangere

Quando il signore, noto anche come dio, si accorse che ad adamo ed eva, perfetti in tutto ciò che presentavano alla vista, non usciva di bocca una parola né emettevano un sia pur semplice suono primario, dovetta prendersela con se stesso, dato che non c’era nessun altro nel giardino dell’eden cui poter dare la responsabilità di quella mancanza gravissima, quando gli altri animali, tutti quanti prodotti, proprio come i due esseri umani, del sia-fatto divino, chi con muggiti e ruggiti, chi con grugniti, cinguettii, fischi e schiamazzi, godevano già di voce propria.

José Saramago, Caino

Thusandi sapeva che gli strani rumori che squarciavano il silenzio della mattina tropicale erano la fine del sogno. Il momento che aspettavano da anni era arrivato. Attenta a non svegliare le figlie addormentate nella metà del letto che di solito occupava suo marito, aprì dolcemente la zanzariera. Dal balcone vide che centinaia di soldati birmani circondavano il palazzo. Avevano trasformato le solide mura di pietra che racchiudevano l’East Haw in un mostro vivente: dietro la cinta spuntavano infatti schiere di uomini in uniforme ed elmetto verde. A brevi comandi abbaiati nella solitudine del primo mattino seguiva un fruscio di stivali nel sottobosco secco.

Inge Sargent, Il tramonto birmano

La lettera arrivò con la distribuzione del pomeriggio. Il postino posò prima sul banco, come al solito, il fascio versicolore delle stampe pubblicitarie; poi con precauzione, quasi ci fosse il pericolo di vederla esplodere, la lettera: busta gialla, indirizzo a stampa su un rettangolino bianco incollato alla busta.

Leonardo Sciascia, A ciascuno il suo

L’autobus stava per partire, rombava sordo con improvvisi raschi e singulti. La piazza era silenziosa nel grigio dell’alba, sfilacce di nebbia ai campanili della Matrice: solo il rombo dell’autobus e la voce del venditore di panelle, panelle calde panelle, implorante ed ironica. Il bigliettaio chiuse lo sportello, l’autobus si mosse con un rumore di sfasciume.

Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta

Non maledire ciò che viene dal cielo. Inclusa la pioggia. Non importa cosa ti precipiti addosso, non importa quanto violento il nubifragio o gelida la grandine: non rifiutare quello che il cielo ti manda. Lo sanno tutti. Inclusa Zeliha. Eppure, quel primo venerdì di luglio, eccola affrettarsi sul marciapiede soffocato dal traffico, verso un appuntamento per il quale è già in ritardo, imprecando come uno scaricatore e sibilando una bestemmia dietro l’altra contro le pietre rotte del selciato, contro i tacchi alti, contro l’uomo che la segue, contro ogni singolo autista che pesta frenetico sul clacson quando è assodato che non serve a niente, contro l’intera dinastia ottomana che nella notte dei tempi ha conquistato Costantinopoli, e sì, contro la pioggia … quella stramaledetta pioggia estiva.

Elif Shafak, La bastarda di Istanbul

Fu in una normale giornata di primavera a Istanbul, un lungo e plumbeo pomeriggio come tanti altri, che Peri scoprì, con un senso di vuoto allo stomaco, di essere in grado di uccidere. Aveva sempre sospettato che persino le donne più tranquille e amabili, in una situazione di tensione, fossero capaci di scoppi di violenza; visto poi che lei non si riteneva né tranquilla né amabile, le era chiaro che le sue potenzialità di perdere il controllo erano ben maggiori. Ma “potenzialità” era una parola infida: una volta dicevano tutti che la Turchia aveva grandi potenzialità, e guarda com’era andata a finire. Perciò si era convinta che anche le sue oscure potenzialità, in definitiva, non avrebbero portato a nulla.

Elif Shafak, Tre figlie di Eva

Il 13 giugno, giorno di Sant’Antonio da Padova, il presidente decretò un’amnistia per i delinquenti comuni. Prima di liberare il giovane Ángel Santiago, il direttore del carcere chiese che glielo portassero. Giunse con l’arroganza e la brutale bellezza dei suoi vent’anni, il naso altero, una ciocca di capelli che gli cadeva sulla guancia sinistra, e rimase in piedi sfidando l’autorità con lo sguardo. La grandine colpiva i vetri attraverso le sbarre e scioglieva lo spesso strato di polvere accumulata.

Antonio Skármeta, Il ballo della Vittoria

A quel tempo io facevo il redattore culturale per un quotidiano minore. La sezione di cui dovevo occuparmi era contrassegnata dall’idea di arte che aveva il nostro direttore, il quale, orgoglioso delle sue amicizie nell’ambiente, mi obbligava a rincorrere e a intervistare esponenti di compagnie di teatro leggero, a recensire libri scritti da ex investigatori, a scrivere articoli riguardanti circhi ambulanti o a fare elogi sperticati ai successi della settimana che avrebbe potuto buttare giù anche il primo che passa.

Antonio Skármeta, Il postino di Neruda

Mia madre mi cominciò una sera del 1968 su un tavolo del bar dell’unico cinema della città. Solo una rampa di scale più su, dietro il velluto rosso spelacchiato della tenda della galleria, la maschera sbadigliava, appoggiata con il gomito sopra i rumori di lingue e vestiti che si strusciavano nell’ultima fila, giocherellando con la torcia spenta; staccava piccole schegge dal tramezzo di legno e le tirava sulle teste provinciali, al buio. Il film che scorreva sullo schermo sopra di loro era Poor Cow, con Terence Stamp, un attore talmente divino che mia madre, giovane, chic, snella e imperiosa, mentre guardava il film per la terza volta quella settimana, si alzò lasciando richiudere il sedile dietro di lei con un leggero tonfo, si fece largo tra le gambe della gente seduta nella sua fila e proseguì per il sudicio corridoio verso l’uscita, oltre la tenda e fuori, alla luce.

Ali Smith, Voci fuori campo

Nella regione rossa e in parte della regione grigia dell’Oklahoma le ultime piogge erano state benigne, e non avevano lasciato profonde incisioni sulla faccia della terra, già tutta solcata di cicatrici. Gli aratri avevano cancellato le superficiali impronte dei rivoletti di scolo. Le ultime piogge avevano fatto rialzare la testa al granturco e stabilito colonie d’erbacce e d’ortiche sulle prode dei fossi, così che il grigio e il rosso cupo cominciavano a scomparire sotto una coltre verdeggiante. Agli ultimi di maggio il cielo impallidì e perdette le nuvole che aveva ospitate per così lungo tempo al principio della primavera. Il sole prese a picchiare e continuò di giorno in giorno a picchiar sempre più sodo sul giovane granturco finché vide ingiallire gli orli d’ogni singola baionetta verde.

John Steinbeck, Furore

Ebbe inizio in biblioteca. Mentre il giovane aspettava in silenzio che qualcuno si occupasse di lui io me ne stavo immobile, schiava del mondo fuori dalla finestra. La stagione del momijigari volgeva al termine: le foglie cadevano dai rami fitte come raffiche di neve. Le capinere mangiavano gli alberi, colpivano la corteccia col becco per poi masticarla rapidamente in quell’annuale e parodistica esibizione di appetito che ho sempre trovato volgare. Quando mi voltai lui si schiarì la voce e mi chiese una tessera.

Jennifer Tseng, Mayumi e il mare della felicità

Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo. Tutto era sossopra in casa degli Oblonskije. La moglie era venuta a sapere che il marito aveva avuto un legame con una governante francese ch’era stata in casa loro, e aveva dichiarato al marito che non poteva vivere con lui nella stessa casa. Questa situazione durava già da tre giorni ed era sentita tormentosamente e dagli stessi coniugi, e da tutti i membri della famiglia, e dai familiari.

Lev Tolstoj, Anna Karenina

Aprì gli occhi alle quattro del mattino e pensò: “Oggi inizi a cambiare il mondo, Florita”. Non era intimorita dalla prospettiva di mettere in moto la macchina che in qualche anno avrebbe trasformato l’umanità, facendo scomparire l’ingiustizia. Si sentiva tranquilla, con le forze necessarie ad affrontare gli ostacoli che avrebbe trovato sulla propria strada.

Mario Vargas Llosa, Il paradiso è altrove

Quella fu un’estate favolosa. Venne Pérez Prado con la sua orchestra di dodici professori ad animare i balli di carnevale del Club Terrazas de Miraflores e del Lawn Tennis di Lima, fu organizzato un campionato nazionale di mambo in plaza de Acho, che ottenne un grande successo malgrado la minaccia del cardinale Juan Gualberto Guevara, arcivescovo di Lima, di scomunicare tutte le coppie che vi avessero partecipato, e il mio quartiere, il Barrio Alegre delle strade miraflorine Diego Ferré, Juan Fanning e Colón, disputò olimpiadi di fulbito, di ciclismo, di atletica e di nuoto con il quartiere di calle San Martín, che, naturalmente, vincemmo.

Mario Vargas Llosa, “Avventure della ragazza cattiva”

Ci sono canzoni che nascono dall’erba punteggiata d’azzurro, dalla polvere di migliaia di strade di campagna. Questa ne incarna la poesia. È un tardo pomeriggio dell’autunno del 1989, io sono seduto alla mia scrivania, guardando il cursore che ammicca sul video del computer davanti a me, quando squilla il telefono. All’altro capo del filo c’è un ex abitante dell’Iowa, di nome Michael Johnson, che ora vive in Florida. Un amico gli ha inviato uno dei miei libri. Michael Johnson l’ha letto, l’ha letto anche sua sorella Carolyn, e hanno da propormi una storia che credono possa interessarmi.

Robert James Waller, I ponti di Madison County

Mio padre era un comunista. Non era sempre stato comunista, certo che no, e quando morì non lo era più. A guardar bene restò iscritto al Partito comunista solo per pochi anni, dal 1944 al 1950 circa. Dopo, la sua indignazione travalicò i confini di partito e investì tutti i politici indistintamente, o quasi tutti. “Rintronati! Cretini! Assassini!” – Il Comunismo non glielo avevano instillato sin dalla culla. Suo padre lesse per tutta la vita un unico libro, la Bibbia (sua madre conosceva solo per sentito dire persino quella), e la politica non gli interessava, se si esclude una vaga infatuazione per l’imperatore Guglielmo II. E in effetti a dieci anni mio padre andò in caserma con suo padre, sul campo di esercitazione retrostante, perchè l’imperatore di tutti i tedeschi, facendo visita allo stato vicino e alla sua città più bella, avrebbe assistito a una parata delle truppe locali.

Urs Widmer, Il libro di mio padre

William Stoner si iscrisse all’Università del Missouri nel 1910, all’età di diciannove anni. Otto anni dopo, al culmine della prima guerra mondiale, gli fu conferito il dottorato in Filosofia e ottenne un incarico presso la stessa università, dove restò a insegnare fino alla sua morte, nel 1956. Non superò mai il grado di ricercatore, e pochi studenti, dopo aver frequentato i suoi corsi, serbarono di lui un ricordo nitido. Quando morì, i colleghi donarono alla biblioteca dell’università un manoscritto medievale, in segno di ricordo. Il manoscritto si trova ancora oggi nella sezione dei “Libri rari”, con la dedica: “Donato alla biblioteca dell’Università del Missouri in memoria di William Stoner, dipartimento di Inglese. I suoi colleghi”.

John Williams, Stoner

In questo sogno in cui era senza peso né vita, in cui era un velo di coscienza diffuso che vibrava e fremeva in una vasta distesa di tenebre, dapprima non sentiva nulla, se non un’oscura specie di appercezione, priva di vista e d’intelletto, e remota, in grado solo di distinguere tra sè e il buio. Poi una consapevolezza più decisa cominciava a farsi strada in lui, una sorta di gratitudine per la forma insensibile che aveva in sogno. Senza riuscire a esprimerlo con parole o pensieri, la cosa gli piaceva talmente che, potendo scegliere, sarebbe rimasto per sempre in quell’oscuro ventre di non essere.

John Williams, nulla, solo la notte

Notte di emicrania e cassa toracica che a ogni respiro si abbatteva sui polmoni chiamando in causa muscoli intercostali già provati, notte di gola vetrificata dall’aria fredda e secca, naso tappato, tipica notte in bianco all’Austrian Hit, 4790 metri sul livello del mare. Cecilia e Roberto non hanno dormito meglio di me, come già nelle nottate precedenti, all’Old Moses e allo Shipton Camp.

Alle quattro sono uscito per svuotare la vescica e il cielo era come dicono tutti, un marasma primordiale di stelle e nebulose: la Croce del Sud, il Centauro, il Cane maggiore, i Gemelli … La striscia della Via Lattea, gambe piene di acido lattico, vento gelido a frustare la nuca.

Wu Ming 1/Roberto Santachiara, Point Lenana

e noi nell’ultima guerra abbiamo perso un amante. Avevamo un amante, e da quando è cominciata la guerra non lo si trova più, è sparito. Lui e la vecchia “Morris” di sua nonna. Da allora sono passati già più di sei mesi, e di lui non abbiamo saputo più nulla. Noi diciamo sempre: questo è un paese piccolo, una specie di grande famiglia, se uno ci si mette può scoprire legami persino tra le persone più lontane – e invece, come se si fosse spalancato un abisso, una persona è scomparsa senza lasciare traccia, e tutte le ricerche sono state inutili. Se fossi sicuro che è rimasto ucciso, rinuncerei. Che diritto abbiamo noi di ostinarci per un amante ucciso, quando c’è gente che ha perso tutto quello che aveva di più caro – figli, padri e mariti?

Abraham Yehoshua, L’amante

Ora la ferita era pronta per la sutura. L’anestesista si tolse impaziente la mascherina, e come se non gli bastasse più il grande respiratore con le sue cifre lampeggianti in continua mutazione, si alzò, prese con delicatezza la mano inerte per sentire il polso e poi sorrise con simpatia verso la donna nuda e dormiente, e mi strizzò l’occhio. Io feci finta di nulla: stavo fissando il professor Hishin per cercare di capire se aveva intenzione di ricucire da solo o avrebbe lasciato finire uno di noi. Tremai pensando che mi mettessero da parte ancora una volta per affidare il lavoro al mio rivale, l’altro medico che si stava specializzando.

Abraham Yehoshua, Ritorno dall’India

 Nonostante il responsabile delle risorse umane non si fosse cercato questa missione, adesso, nella luce soffusa e radiosa del mattino, ne capiva il significato sorprendente. E quando, accanto al falò ormai moribondo, gli era stata tradotta – e aveva compreso – la richiesta incredibile della vecchia in abito da monaca, aveva provato un fremito di gioia e la Gerusalemme tormentata e ferita da cui era partito una settimana prima gli era riapparsa in tutto il suo splendore: quello dei giorni dell’infanzia.

Abraham Yehoshua, Il responsabile delle risorse umane

Mio caro Marco,                                                                                                                                                                            Sono andato stamattina dal mio medico, Ermogene, recentemente rientrato in Villa da un lungo viaggio in Asia. Bisognava che mi visitasse a digiuno ed eravamo d’accordo per incontrarci di primo mattino. Ho deposto mantello e tunica; mi sono adagiato sul letto. Ti risparmio particolari che sarebbero altrettanto sgradevoli per te quanto lo sono per me, e la descrizione del corpo d’un uomo che s’inoltra negli anni ed è vicino a morire di un’idropisia del cuore. Diciamo solo che ho tossito, respirato, trattenuto il fiato, secondo le indicazioni di Ermogene, allarmato suo malgrado per la rapidità dei progressi del male, pronto ad attribuirne la colpa al giovane Giolla, che m’ha curato in sua assenza. È difficile rimanere imperatore in presenza di un medico; difficile anche conservare la propria essenza umana; l’occhio del medico non vede in me che un aggregato di umori, povero amalgama di linfa e di sangue.  E per la prima volta, stamane, m’è venuto in mente che il mio corpo, compagno fedele, amico sicuro e a me noto più dell’anima, è solo un mostro subdolo che finirà per divorare il padrone.

Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano

La violenza inaudita della pioggia torrenziale risuonava sul tetto in lamiera della precaria sistemazione che avevamo trovato a poca distanza dalla riva del Lago Chini in Malesia. La corrente elettrica, in maniera beffarda, svaniva proprio quando ce n’era più bisogno, al calare del sole. La signora minuta, dagli occhi tristi e i modi gentili, prima di darci il lucchetto per chiudere la porta ci aveva messo in guardia. Non c’era molto da fare. E così ci mettemmo a parlare distesi su un letto scomodo avvolto dal buio totale. Eravamo ancora distanti dall’Australia ma le ultime settimane avevano rafforzato l’idea di raggiungere Melbourne come ipotizzato nove mesi prima, non era una chimera. “Sì, ce la possiamo fare.”

Paolo Zambon, Inseguendo le ombre dei colibrì

Matteo era a letto e stava sognando tra i presagi di un’alba che, appena iniziata, sembrava già finita. Spesso le sue notti erano percorse da incubi che lo terrorizzavano con minacce confuse. Talvolta aveva la sensazione di essere sbeffeggiato nel sonno. Dormire era uno dei pochi doveri al quale avrebbe voluto rinunciare – invidiava gli squali sempre in movimento, con il loro mezzo cervello a fare la guardia sull’altra metà che riposava silenziosa. Il sogno di quella mattina aveva qualcosa di tellurico: scosse superficiali increspavano acque scure, petrolifere, creando cerchi che si estendevano per chilometri e che infine lo investivano. Ogni tanto si fermavano, ma la quiete era solo l’attesa dell’onda successiva, come un conto alla rovescia.

Paolo Zardi, La passione secondo Matteo

 

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