Blog di Pina Bertoli

Letture, riflessioni sull'arte, sulla musica.

I miei scritti

lomellina-nubi-basseQui sotto copio l’incipit di uno dei miei romanzi.

L’ipocrisia

Il cielo si è fatto minaccioso: le nubi scure, gonfie di pioggia e addossate le une sulle altre, sono così basse sull’orizzonte piatto che sembrano quasi toccare terra. In fondo, una striscia chiara, un riverbero argenteo che stacca il cielo dai campi scuri, dalla folta erba verde cresciuta in un autunno tiepido, bagnato di rovesci a intermittenza e asciugato dal sole. Un nastro di asfalto grigio taglia in due i campi e corre dritto come se volesse raggiungere più velocemente l’orizzonte.

Marina si allontana dalla finestra e si guarda allo specchio nel bagno della lussuosa clinica di Pavia dove due giorni fa ha dato alla luce Matteo. Scruta il suo volto affaticato, le ombre sotto gli occhi, le piccole rughe che, senza il fondotinta, rivelano la vita vissuta. Rimane alcuni minuti ad osservarsi come se non si riconoscesse nella persona che le sta davanti. È un’immagine che vuole tenere solo per sé; gli altri sono abituati a vedere un’altra Marina, quella smagliante, truccata, seducente. Il silenzio e la solitudine di questa stanza le incombono addosso, amplificando la sensazione di vuoto che, dall’interno del suo corpo sgravato, si allarga all’esterno. Cerca di definire i suoi sentimenti che assomigliano sempre più ad un paesaggio avvolto dalla nebbia autunnale. In un certo senso si sente sollevata: la stessa sensazione che si prova dopo avere portato a termine un compito gravoso, quel sentirsi liberi e alleggeriti, di nuovo capaci di guardare avanti. Prende dall’armadietto la trousse e inizia a truccarsi, metodica e precisa, come fa ogni mattina prima di uscire, e dichiara a se stessa che questa sarà l’ultima gravidanza della sua vita. Lo aveva già fatto alla nascita di Rossana, la seconda figlia; poi si era lasciata convincere da Gustavo che a tutti i costi voleva un figlio maschio: “altrimenti con chi giocherò a pallone, con chi andrò a caccia?” Le disse, come se avere un figlio per lui non rappresentasse che questo.

         «Mettere al mondo dei figli è un atto di eroismo» le aveva detto un giorno la sua amica Carolina mentre la osservava accudire le bambine.

«Ti sbagli» le aveva risposto Marina. «È l’unica cosa che ci lega alla vera essenza del nostro esistere.»

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Dallo stesso romanzo, ecco un brano:

AmmutoliteScorcio di paesaggio, 1910

Alice e Paola sono uscite fuori in giardino: si sta meglio, si respira aria fresca e gli occhi possono riposarsi nella penombra; il brusio lontano delle voci che provengono dalla casa sembra così distante da restituire un po’ di sollievo dopo quelle ore dolorose e assurde. Il vento si è seduto sulle colline; la campagna intorno si sta addormentando, cullata dal frinire dei grilli, dal loro richiamo amoroso. L’umidità della terra profuma l’aria di silvestre fecondità, custodisce semi che presto germoglieranno, disseta foglie e radici per assicurare frutti maturi nella loro stagione. La natura anela la vita, la celebra, riconoscente, nel vigore di ogni suo battito. La rinuncia alla vita sovverte il perenne divenire del creato. Le gemelle vogliono rimanere da sole e si abbracciano sotto il portico, accostando i loro battiti, inalando ad occhi chiusi il profumo dello shampoo che i capelli emanano ancora, dopo tutto il tempo trascorso dalla doccia della mattina.

Tutto sembra scorrere immutato ma loro sanno che niente sarà più come prima. L’assurdo è diventato realtà, ha fatto irruzione nella loro vita, travolgendo anche il più minuscolo residuo di felicità, di speranza. L’irrazionale, l’inammissibile, l’inconcepibile ora è davanti ai loro occhi, immutabile, definitivo, straziante. Ha preso le sembianze dell’incubo reale dipinto sul volto della mamma, nei suoi occhi spalancati, increduli dopo quello che hanno visto, nella sua voce inespressiva, piatta, morta anch’essa, come quella del papà. L’assurdo è diventato parola, frase; elementi intangibili che, uno accanto all’altro, come colpi di cannone, cancellano un mondo, annientando tutto.

Paola guarda in alto, verso la finestra della camera dei suoi genitori: la stanza dove, da piccole, si rifugiavano nel loro abbraccio rassicurante, nel caldo di quel letto che sembrava immenso, anche a dormirci in quattro.

Quella stanza ha cercato di impedire lo scempio; come una madre premurosa, ha cercato di evocare la gioia, l’amore; come un essere vivo, reale, lo ha riscaldato con voci squillanti, risate innocenti; come un’amante appassionata ha sussurrato parole sensuali, per convincere Claudio a non punire crudelmente il tradimento. Ora, ammutolita e impotente, distoglie lo sguardo e si rassegna all’assenza.

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In anteprima, vi propongo l’incipit del romanzo su cui sto lavorando:

Uno

È mattina, ti alzi dal letto; hai dormito bene per quattro, cinque ore poi le solite due ore di dormiveglia affollato di pensieri fuori controllo, di angosce, di pezzi sconnessi come tasselli di puzzle diversi buttati sullo stesso tavolo. Al buio esci dalla stanza, tocchi la parete del corridoio con la mano aperta, una decina di passi e ti infili in bagno. Non accendi la luce; c’è penombra perché la finestra del bagno non ha la tapparella e le luci dei lampioni giù, dalla strada, entrano caute. Non vuoi accenderla perché il grande specchio che hai davanti ti rimanderebbe la tua faccia. E non hai proprio voglia di vederla quella faccia. L’idea di avere uno specchio così grande da entrarci dentro anche quando stai seduta sulla tazza ti era apparsa fin dall’inizio demenziale; col passare del tempo sei arrivata ad odiarlo quel maledetto specchio a tutta parete che ti obbliga a prendere atto degli effetti dell’avanzare del tempo sul tuo volto e sul tuo corpo. Tuo marito te l’aveva fatto trovare là, già installato; gli era sembrata una buona idea, nel suo immenso narcisismo, potere osservare a tutta altezza il vigore del corpo umido dopo la doccia, magari la conferma rassicurante di un’erezione mattutina; non ti aveva chiesto cosa ne pensavi. Come sempre, se una cosa va bene per lui, perché non dovrebbe piacere anche a te? L’eventualità di confrontarsi non lo ha mai sfiorato. Invece tu questa idea, come molte altre, ma questa forse più di altre, la detesti. Diciamo che se volessi fare una classifica delle dieci peggiori idee di tuo marito, questa ci rientrerebbe. Se non altro perché è talmente idiota che almeno fa sorridere; le altre nove non le detesti, ti fanno soffrire, che è diverso. Ma ora, della tua esistenza, hai davanti la tua faccia, ancora sfocata, incerta, nel chiarore giallognolo dei lampioni mischiato alla luminosità dell’alba che s’avvia. Non è che hai bisogno di più luce per vederla; sai benissimo come è fatta e anzi vorresti scordartene qualche pezzo e pensare che per qualche magica equazione genetica, lo specchio ti possa restituire dei lineamenti diversi. Come se, per assurdo, accendessi la luce e ti trovassi di fronte un’altra fisionomia, un volto bello, armonioso, levigato, non giovane, diciamo da trentenne. Una bocca provocante, uno sguardo sensuale: quelle facce un po’ da troia che agli uomini piacciono tanto. Tipo quelle delle tante che tuo marito si è portato a letto, tanto per dire. O quelle che in ufficio pensano che allargare le gambe sia un ottimo modo per aiutare la propria carriera. E la fanno, sì, eccome se la fanno, la carriera. Anche se non valgono molto sul lavoro o non sono così preparate, se però sono eccitanti e disponibili, fanno carriera. Magari non ad altissimi livelli, perché per certe posizioni non basta, anzi, scatta il maschilismo ostruzionista, ma per posizioni di comando funzionale, di middle management, può rivelarsi una strategia efficace. Allo specchio, però, non vedi quel genere di donna. Ti osservi, delusa e stanca, e pensi: e quindi? Era così che sarebbe andata a finire? Non lo avevi immaginato, allora, negli anni della giovinezza, che tutto quel frullare, tutto quello studiare, lavorare, amare, dannarsi, soffrire, avrebbe lasciato il posto ad un vuoto. La tua faccia, insieme al corpo a cui è attaccata e che sta mollemente seduto, ti ammicca rassegnata, ti suggerisce di fartene una ragione: le cose stanno così, non è che si possano cambiare, non si può tornare indietro.

La luce è aumentata, forse stai lì seduta da un bel pezzo, quanto è passato? Un quarto d’ora, venti minuti? Senti un fastidioso formicolio alle gambe e ti alzi; ti avvicini alla superficie riflettente che impietosa ti dimostra che cinquant’anni sul tuo volto sono passati e hanno modificato in modo irrecuperabile la geografia delle tue espressioni, dei lineamenti. Non ti sei mai piaciuta tanto: pensavi di non essere brutta, ma neanche bella; un tipo, “una donna con un certo fascino”, ti aveva descritto qualcuno. Un fascino che forse c’era ma solo finché è rimasto coniugato alla gioventù. Se avessi curato di più il tuo aspetto, se avessi speso per cure estetiche, come molte tue amiche e colleghe, forse ora proveresti meno fastidio davanti al tuo volto riflesso. Ma hai sempre pensato che fossero cose inutili, che altro era importante. Meglio spendere soldi in cultura, ti sei sempre detta, e in tutti questi anni ne hai spesi tanti di soldi in libri, mostre, spettacoli teatrali, cinema, visite a musei e monumenti, festival letterari. Hai girato attorno a quell’unico perno, imperterrita, in uno stallo di giri concentrici. La cultura, il bene supremo, l’unica possibile salvezza prima della barbarie. Il valore su cui e per cui hai lottato. Una specie di religione laica per la quale hai mostrato devozione, hai creato i tuoi riti apotropaici, hai costruito dei precetti da seguire e ottemperare. “Una persona deve essere ricca dentro, perché quello rimane, anzi cresce di pari passo con l’età”: belle e nobili parole che ti sei detta e ripetuta, che hai cercato di inculcare ai tuoi figli, mentre tuo marito forse avrebbe apprezzato di più che spendessi i soldi, che allora non mancavano, in qualche clinica estetica, perché a lui le tette sode e gli zigomi ben scolpiti piacciono e se li ha cercati altrove, forse dovresti ammettere che la colpa è solo tua. Ora che hai cinquant’anni e sei invecchiata, ti ritrovi davanti quella faccia con le rughe e altri segni dell’età e ti dici che forse qualche migliaia di euro valeva la pena di spenderli. Ti arriva un pensiero fastidioso. Chissà come sarà invecchiata Cristina, ti chiedi.

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