Fuori dal finestrino dominano due colori: il rosso del cielo e il verde dei boschi. Il rosso è acceso, striato di tonalità più chiare e incerte, il verde è interrotto dal nero e dal marrone dei rami. Sono superfici quelle che vedo, superfici in alto e in basso, contrasti che hanno bisogno l’uno dell’altro: il cielo diventa cielo solo quando c’è una terra, il rosso diventa più rosso grazie alla fascia inferiore più scura.

Un quadro scorre fuori dal finestrino: un quadro che non finisce mai, forte e inquietante, tranquillo e profondo. Un quadro di Rothko.

 

Jan Brokken nel suo “Anime baltiche” racconta il viaggio che fa su un treno locale di epoca sovietica attraverso la Lettonia nel 2009, diretto a Daugavpils (Dvinsk per i russi), città natale di Mark Rothko.

La città sorge in una posizione favorevole sulla Daugava, il fiume che dopo duecento chilometri sbocca nel Golfo di Riga e la collega alla capitale, e anche nel punto dove la linea ferroviaria tra Riga e Mosca incrocia quella tra Varsavia e San Pietroburgo.

Daugavpils LettoniaUna città con tre stazioni, a testimonianza del suo passato ricco di viaggiatori. Città operosa: cento fabbriche al tempo dello zar così come sotto l’Unione Sovietica. Industria tessile, pellami e fiammiferi: fino a seimila operai – tra cui moltissimi bambini dai dieci anni in su – che lavoravano in condizioni disumane. Città di scioperi e repressioni sotto lo zar (1905), città di rivoluzionari e socialisti. La città in origine era tedesca e si chiamava Dünaburg, poi diventò russa e prese il nome di Dvinsk; da ultimo passò alla Lettonia ed ebbe un nome lettone, Daugavpils che significa “castello sulla Daugava”.

Città dalle molte chiese e culti: la chiesa di Martin Lutero, quella cattolica dell’Immacolata Concezione, la cattedrale ortodossa dei Santi Boris e Gleb, la cattedrale di Aleksandr Nevskij e la chiesa dei Vecchi Credenti. Anche in questo, si attesta la proporzione tra i gruppi di popolazione: tre a uno, circa. L’85% di origine russa, il restante 15% lettone. Le sinagoghe furono tutte distrutte durante la Seconda guerra mondiale e la popolazione ebrea quasi non esiste più: i pochi presenti sono arrivati dopo la seconda guerra mondiale dalla Bielorussia e dall’Ucraina. All’inizio del Novecento circa metà della cittadinanza era ebrea. Poi tutto cambiò: i primi ad essere espulsi dalla città furono i tedeschi, seguiti dagli ebrei, da polacchi e lituani e, ultimi, dai lettoni. Le autorità sovietiche reclutarono i nuovi abitanti in Bielorussia, in Ucraina e nei dintorni di Leningrado.

Rothko con sua tela

In questa città nacque Marcus Rothkowitz; ci visse fino a dieci anni, in una famiglia che se la passava abbastanza bene: il padre era farmacista, la madre, Anna Goldin, veniva da una famiglia ebrea benestante della Prussia orientale. La casa in cui abitavano era situata sul viale alberato più grande della città. Marcus nacque nel 1903, quando i suoi fratelli avevano già tredici, undici e otto anni. Il padre Jacob era un intellettuale progressista e incoraggiava figli e moglie a leggere. “Era un socialdemocratico militante del partito ebraico (…) era profondamente marxista e violentemente antireligioso”, o almeno così dice Marcus di lui. In realtà, suo padre e sua madre andavano in sinagoga tutti i sabati. Dopo la brutale repressione del 1905, da socialista Jacob Rothkowitz divenne sionista: da liberale di sinistra a ortodosso rigido e inflessibile, un bel cambiamento, difficile da accettare persino per i familiari.

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Nel 1910 Jacob Rothkowitz si trasferì negli Stati Uniti. Non fu l’antisemitismo a spingere Jacob a questa scelta; piuttosto il fatto che i due figli maggiori potessero essere richiamati alle armi, con la divisa dei soldati dello zar che avevano represso la rivolta del 1905, e i problemi economici che stavano minacciando la loro condizione. I figli e la moglie lo seguirono successivamente, fino a riunirsi nel 1913.

In America Marcus si sentì fin dall’inizio un emarginato, e tale rimase per tutta la vita”. Si stabilirono a Portland, nel quartiere ebraico, chiamato “Little Russia”; Jacob morì dopo pochi mesi. Iniziarono anni di povertà: per Marcus furono anni in cui alla scuola alternava lavoretti che gli permettevano di guadagnare pochi spiccioli. A scuola riusciva bene e aveva buoni voti e riuscì, grazie ad una borsa di studio, ad entrare all’università di Yale: eppure non smise mai di sentirsi un poveraccio ed un escluso, oppresso da un velato antisemitismo. Si sentiva al di qua di un confine: un confine che mai pensò di riuscire a superare.

Rothko_No_14In quasi tutti i suoi quadri astratti, a metà o a un quarto della superficie è tracciata una divisione che segna il passaggio da un colore all’altro. Non una linea – Rothko non ne voleva sapere di Mondrian, delle sue linee e dei piani schematici – ma una separazione, una striscia, una zona d’ombra e di confine. (..) una frattura.

 

Marcus cominciò a dipingere tardi; dopo Yale si trasferì a New York.

 

Un giorno andò a trovare un amico che stava disegnando con altri studenti una modella nuda in un’aula dell’Art Students League. Rimase per un po’ a guardare e decise che quella era la vita che faceva per lui. Nel 1925 si iscrisse alla New School for Design di New York. Dipingere gli dava un piacere fisico di cui non poté più fare a meno.

rothko_mark_fotoAll’inizio fece molta fatica ad affermarsi, fu una strada piuttosto dura, fatta di incomprensioni e di povertà, soprattutto di solitudine. “Gli ci vollero vent’anni per arrivare a scegliere la strada dell’espressionismo astratto.

Nel 1938 ottenne la cittadinanza americana e nel 1940, su suggerimento di un mercante d’arte di New York, cambiò il suo nome in Mark Rothko. Divorziò dalla prima moglie – un’ebrea russa originaria di Kiev – e sposò Mell Beistle, una bionda americana di quasi vent’anni più giovane di lui, un ottimo modo di provare a sentirsi pienamente americano. Dopo la guerra, stupì il mondo con i suoi quadri astratti. Rothko evitava di fornire qualsiasi interpretazione delle sue opere; diceva:

“Se la gente vuole esperienze sacre, ce le troverà. Se vuole un’esperienza profana, troverà anche quella. Io non prendo nessuna posizione.”

Secondo il collezionista svizzero Ernst Beyeler:

Le tele pongono domande all’osservatore e lo inducono alla meditazione. Se cerchi le forme abbastanza a lungo, alla fine rimescoli i colori e trovi la luce che hanno dentro.”

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Eppure dava a ogni osservatore la sensazione di penetrare in un mondo sconosciuto, irreale, indistinto, che poteva essere tanto il paradiso quanto l’inferno. Rothko crea questo effetto stendendo sulla tela dieci, dodici, quattordici, anche venti strati di colore sottili e trasparenti come carta velina. Ogni strato si differenzia leggermente dal precedente, e così il rosso, o il nero, viene a essere formato da molte sfumature diverse di rosso o di nero. Davanti a quel rosso l’osservatore può pensare alla lava, davanti a quel nero a una colata di fango o a un’altra materia in movimento e in incessante mutamento.

In capo ad una quindicina d’anni non si parlava che delle sue tele; e del suo modo di essere. Stanley Kunitz lo definì “l’ultimo rabbi dell’arte occidentale”; secondo Elaine de Kooning – moglie di Willem – Rothko recitava un unico ruolo, “il Messia: io sono venuto, io sono il Verbo”; per il critico Peter Selz Rothko aveva molto del patriarca ebreo; secondo la sorella Sonia, era identico al padre.

Come il padre era piuttosto rigido e poco aperto alle novità. Rispetto alla Pop art e ad Andy Warhol aveva un giudizio molto critico, ritenendola commerciale e dando a Warhol del ciarlatano. Anche in famiglia, con la figlia, aveva un comportamento molto rigido e quando divenne padre per la seconda volta, all’età di sessant’anni, sentì il peso di questa nascita per la quale si vedeva più nel ruolo di nonno che di padre. In quegli anni entrò in una fase di depressione; la Tate Gallery di Londra gli commissionò delle tele e lui le realizzò usando solo due colori: il grigio e il nero.

Rothko che negli anni della gioventù a Daugavpils aveva vissuto a stretto contatto con la natura, negli Stati Uniti rifiutò qualsiasi contatto con l’ambiente naturale. Come ha detto Simone Weil: “Il radicamento è forse il bisogno più importante e più misconosciuto dell’anima umana.” Rothko fu sradicato, come Marc Chagall, come Chaïm Soutine, come Chaim Jacob Lipchitz. Quello che avevano perso lo conservavano nella loro memoria visiva e vi davano spazio nei loro dipinti e nelle loro sculture. Rothko fu quello che aveva perso più di tutti: dopo la partia il padre, dopo il padre la fede. Fu il più sradicato, e diventò il più radicale dei quattro artisti originari della Čerta, la Zona di residenza.

Eppure i riconoscimenti non gli mancarono: nel 1961 il MoMA gli dedicò una retrospettiva: uno dei pochissimi casi in cui ciò veniva tributato ad un artista vivente. E lui andava lì tutti i giorni e si intratteneva col pubblico per cercare di convincerli a riconoscere la sua arte. Incredibile, no? Del resto, lui stesso pensava talvolta che i suoi quadri erano come dei paraventi dietro ai quali nascondeva il suo intimo essere.

Ma Rothko non riuscì a vincere sul suo passato, su ciò che aveva perso e su ciò che era diventato; il 25 febbraio del 1970, alle prime luci dell’alba, si suicidò, e lo fece recidendosi le arterie di entrambe le braccia, appena sotto le ascelle. Aveva sessantasei anni, come Romain Gary.

Entrambi venivano dalla Zona di residenza, entrambi avevano rinnegato la fede, conquistato la fama in Occidente, sposato una donna bella e bionda, erano diventati padri in età avanzata; entrambi soffrivano per la mancata comprensione della loro opera e del suo significato più profondo, entrambi erano ipocondriaci e si tolsero la vita per paura del decadimento, dell’impotenza fisica e intellettuale.

Immagini prese dal web; citazioni da “Anime baltiche” di Jan Brokken

Rothko blu e giallo

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