Rumiz gulaschkanone(..) oggi non sappiamo nemmeno se siamo in uno stato di conflitto oppure no. (..) Bande armate in libertà, attentati, il Mediterraneo pieno di morti, masse in fuga che non sanno dove andare … E che dire di questo imbarbarimento del linguaggio, e di questo stato di emergenza ormai generale, e dell’indebitamento che cresce … E ancora questa nostra Unione che si disintegra a cuor leggero, e le potenze intorno che fiutano avidamente il nostro vuoto politico con una voglia matta di riempirlo …

 

 

Gulaschkanone, di Paolo Rumiz , Zoom Feltrinelli 2017 (collana digitale)

Paolo Rumiz riprende in mano la documentazione – interviste, libri, oggetti raccolti sui campi di battaglia, fotografie, canzoni del fronte – messa insieme per arrivare alla stesura del suo “Come cavalli che dormono in piedi” e confeziona questo potente testo teatrale che, come il sussulto di una coscienza incapace di distogliere lo sguardo, fissa l’orrore con spietata lucidità e chiede al Pubblico, cioè a noi tutti che lo leggiamo, se siamo in grado di vedere cosa ci circonda, se sappiamo scostare la tenda delle bugie che coprono con false verità e tentativi si sviare l’attenzione, e vedere l’imminente ed “immane collisione tra il mondo dei poveri e quello dei ricchi”.

Il Narratore, cioè l’autore del testo, Rumiz, ci provoca con una sfilza di domande incalzanti, come a volerci scuotere dallo stato di torpore e comodo disimpegno, e prendere atto che siamo ormai in uno stato di guerra proprio qui, a casa nostra: a cosa serve alzare muri o stendere reticolati? Come non capire che quelle che noi consideriamo aree di crisi nelle quali cerchiamo di esportare la democrazia con le armi in ipocrite “missioni di pace”, bussano alle nostre porte e ci sbattono in faccia una realtà che non siamo nemmeno in grado di chiamare con il suo vero nome?

Gli ultimi settanta anni sono stati davvero di pace, o forse la guerra del Quattordici (come la nonna di Rumiz, triestina, ricorda: perché per loro la guerra è cominciata allora, e non chiamiamola grande perché una guerra può solo essere misera, e non facciamo commemorazioni, perché non si deve celebrare la morte…) non è mai finita?

“È nel Quattordici che, dopo millenni, la guerra diventa un’altra cosa: parte integrante dell’economia, e non più la sua totale antitesi.”

Sul palco spoglio si muovono il Narratore, il Lettore – custode del libro – l’autore delle musiche, il nonno Ferruccio e di fronte, il Pubblico. Ci sono i libri: “Gli ultimi giorni dell’umanità”, di Karl Krauss, l’orario ferroviario europeo del 1013, e, dopo, “Come cavalli che dormono in piedi”. E il narratore ci riporta indietro al 1914, all’inizio di una guerra che ancora non è finita; una guerra che sta tutta in una macchina che è metafora della realtà: il Gulaschkanone, il simbolo dell’industrializzazione del conflitto, dell’annientamento della dimensione di tragedia individuale, dei soldati come carne da macello, di divise che alla fine diventano tutte uguali quando sono coperte di fango e sangue, e finiscono calpestate da carri armati su una terra che nemmeno li sa custodire con umana pietà.

gulaschkanone foto“Gulaschkanone. È una cucina da campo. Una cucina da campo austroungarica su ruote, una via di mezzo tra un’enorme pignatta e una piccola locomotiva, che i soldati di allora hanno chiamato “cannone da Gulasch”, magnifico nome brechtiano che fotografa la satanica dimensione industriale del conflitto.(..) quel pentolone fumante è il certificato di nascita della produzione in serie coniugata alla morte anonima e di massa.”

Ecco, allora, che il narratore chiama in causa le Ombre; le evoca come in una seduta spiritica, attorno al tavolo che domina la scena, mentre dal sacco che tiene in mano tira fuori gli oggetti che servono a propiziare il rito: cartine, lumini e fiammiferi, una pipa, carta da lettere e una armonica, e un cappello, come quello che nonno Ferruccio portava, come tanti altri giovani partiti per l’immenso fronte russo e mai tornati, presenti nel DNA di chi oggi, a loro, è seguito. Vivi nei racconti dei nipoti, perché “da sempre la memoria umana non passa da padre a figlio (i figli non ascoltano i padri) ma da nonno a nipote”.

Il narratore ci mette in viaggio sul treno, simbolo di un viaggiare per conoscere, incontrare, fare domande; un mezzo per la gente comune, mentre i politici sono più avvezzi all’aeroporto … Un mezzo per andare incontro al futuro, ammesso che l’Europa ancora ce l’abbia un futuro … e per ricordare il passato, per capire il presente. Ed eccolo a sfogliare il grande libro che contiene tutti i collegamenti ferroviari che fanno dell’Europa, e ben oltre, un’unica rete ferroviaria interconnessa: un’area immensa, un pentolone di popoli e lingue, come un’unica grande provincia. Nel 1913 l’Europa era questa e nessuno sembrava pensare di essere a due passi dal precipizio.

Un uomo, Edmondo Richetti von Terralba, triestino di origini ebraiche, amministratore delegato della compagnia colosso assicurativo Generali, siede alla sua scrivania e spulcia numeri su numeri: i debiti che gli stati sovrani hanno contratto per le spese militari, uno spettro che getta ombre minacciose sulla pace. E prova anche a ipotizzare una soluzione, un antidoto alla deriva che secondo lui potrebbe trascinare quel mondo verso la catastrofe: l’unità tra i popoli dell’Europa. Una comunanza di interessi e ideali che possa salvare tutti dal baratro. In anticipo su ciò che decenni dopo vedremo nascere, Richetti von Terralba ha già capito che non le divisioni, non gli interessi particolari, non l’economia di guerra ma l’unità e la fratellanza possono salvare il mondo da una tragedia immane. Ma come per ogni profeta, il suo ragionamento rimane inchiostro su carta. E all’imperatore Franz Iosef, che guarda stupito la folla di uomini mobilitarsi e mettersi in viaggio, sorge la domanda: ma dove va tutta questa gente?

Non è forse la domanda che oggi, nell’indifferenza e nel cinismo, ci poniamo nel nostro tempo, di fronte alle masse che scappano dalle zone di guerra, per ammassarsi in terre di nessuno, enormi “campi profughi” senza futuro né speranza, frotte di uomini, donne, bambini, che affrontano viaggi biblici per correre incontro ad una salvezza che niente sembra potere concretizzare?

Forse il nostro mondo si trova, inconsapevole e stordito, distratto ad arte, sullo stesso orlo del burrone? Siamo forse già in guerra e non lo sappiamo, o non vogliamo saperlo?

E la risposta che l’imperatore si dà, è forse quella che dovremmo darci ora noi?

Suppongo che sarà versato del sangue” riflette impassibile.

Cosa pensiamo, noi oggi cittadini europei, di tutto quanto ci accade intorno? Ecco che il narratore, Rumiz, ci costringe a riflettere:

“Come non sentiamo che altri, più forti, più armati e più arroganti, sono pronti a riempire quel vuoto? (..) Siamo in guerra contro il Pianeta. È da troppo ormai che i popoli si avventano sulla Terra con ferocia crescente. (..) Il clima che impazzisce, il fanatismo religioso, i conflitti a macchia di leopardo, il razzismo, la frantumazione dei valori, le migrazioni di massa, il banditismo finanziario, l’intossicazione mediatica, non sono cose da guardare separatamente, ma sintomi di uno stesso stato febbrile.”

Rumiz ha lungamente testimoniato il volto orribile della guerra; instancabile, racconta, e fa rivivere il passato per scommettere sul futuro. Un testo breve ma di grande potenza, un memento, un campanello d’allarme che prova a farci prendere coscienza di quanto il baratro sia vicino e di quanto sia importante cambiare rotta e difendere i valori su cui i nostri nonni hanno inteso far rinascere un mondo coperto di macerie e di morti. Saremo capaci di ascoltare le voci delle Ombre di coloro che guardano la luna, sepolti nelle terre sterminate su cui noi ora viaggiamo inconsapevoli?

cimitero di guerra croci

 

 

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