Burnside ci regala un viaggio esistenziale attraverso tutte le età della vita tormentata e ostinatamente in fuga del protagonista; una sorta di pellegrinaggio verso le possibili, improbabili e sofferte risposte alla domanda su quale sia la natura dell’amore. Un itinerario che parte dal ragazzino solleticato dalle prime cotte, per passare al giovane incapace di cogliere l’occasione di un possibile amore, fino all’uomo inquieto, che cammina sul filo di un equilibrio con se stesso mai trovato.

La natura dell’amore, di John Burnside, Fazi Editore, traduzione di Giuseppina Oneto.

La bellissima copertina è un dipinto di Harald Sohlberg. Vi consiglio di andare a vedere il post perché scoprirete un artista di grande spessore.

Il romanzo è un percorso all’indietro, scritto in prima persona – come non pensare molto autobiografico – alla ricerca di tutto quello che accadde nella vita del protagonista John: l’infanzia difficile per le condizioni economiche, l’incapacità ad adeguarsi al “Sistema”, la voglia di non rinunciare al proprio lato selvaggio, quello che rifugge le convenzioni e anela solo alla libertà, l’uso di droghe, il vivere alla giornata e l’ inadeguatezza a stabilire legami amorosi.

Burnside apertoIl titolo originale, “I put a spell on you”, prende spunto da un brano in voga negli anni dell’infanzia del protagonista, John, nella versione di Nina Simone: una versione che per anni lui ha ritenuto l’originale, salvo scoprire che così non era, ma che per lui rimane legata alla voce e al volto della cantante di colore. Questa e altre canzoni erano la colonna sonora della sua vita, e le ascoltava dalla radio che la madre teneva sempre accesa, mentre svolgeva le faccende domestiche e cercava di annullare le difficoltà di una vita povera e irta di problemi, sognando sui versi d’amore.

 

Ricordo che una delle sue preferite era “Can’t help falling in love”, Non riesco a non innamorarmi, nella versione di Andy Williams, che per certi versi è il lato B di “I put a spell on you”. Abbandonarsi di buon grado, impotenti, a un incantesimo che poteva rivelarsi un maleficio racchiudeva, nel mio modo fanciullesco di pensare, un’inquietante forma di innocenza che da allora, per varie ragioni, mi ha sempre affascinato.”

Questo brano è legato anche al primo amore della sua vita – la cugina Madeleine – ai balli nella sala cattolica della cittadina pianificata di Cowdenbeath, in Scozia, e ai primi approcci adolescenziali con le ragazze. E sempre la musica è lo sfondo delle prime storie più concrete: giovani donne già sposate e già deluse dalla trappola che diventa il matrimonio, con le quali era normale avere delle tresche, purché tutto rimanesse nascosto. Ragazze che attraversano la sua vita lasciando delle sensazioni, più che rappresentare delle relazioni capaci di regalare felicità; una continua fuga dall’impegno, una auto condanna a non lasciarsi catturare dalla concreta realizzazione di qualcosa che vada oltre le relazioni di solo sesso e che minacci l’ostinata presunzione di poterne fare a meno.

Il vedere l’aridità delle relazioni tra i genitori – non solo i suoi, ma più in generale tutte le coppie, giovani o meno, che aveva davanti -, il sentire il matrimonio come una trappola infernale che produce solo infelicità e contrasti, rende cauti, o sospetti, i ragazzi come John nel lasciarsi andare, nel vivere con trasporto possibili storie d’amore, che restano confinate nei bei versi delle canzoni in voga, e nella instancabile ricerca della risposta su quale sia della natura dell’amore.

Il racconto altalena momenti di vivace dissertazione, a ironiche e divertenti battute – molto british – intrise di disincanto ma anche di nostalgia e rimpianto.

Il protagonista è avvolto da una laconica consapevolezza che l’ostacolo maggiore alla propria felicità non sta tanto al di fuori quanto dentro di sé, nascosto tra le pieghe delle incertezze, delle eccessive elucubrazioni e della incapacità di prendere pienamente in mano la propria vita.

Dunque, pagine molto intense e talvolta delicate, come quando John ricorda la madre, forse l’unico vero amore della sua vita.

la rivedo con chiarezza, non come l’infaticabile casalinga proletaria “sale della terra” che descriverei ai miei amici borghesi dell’università, ma come la giovane donna che allora mi era parsa la persona più bella del mondo, colei che mi insegnò a leggere sulle riviste usate e poi, tempo dopo, a fare i dolci (..) nella cucina annebbiata del nostro prefabbricato ai margini di Cowdenbeath, con mio padre che se ne andava in giro tra il pub e l’allibratore, sciupando in whisky e cavalli i soldi guadagnati durante la settimana. (..) lei non sacrificò mai un briciolo della sua innata dignità.”

Il romanzo di Burnside non è da intendersi solo come un romanzo di formazione sentimentale: è denso di riflessioni, di “divagazioni”, come le chiama l’autore, che chiamando in gioco la filosofia, la letteratura e la musica, girano intorno al concetto dell’amore, alla sua natura, ineffabile e inarrivabile quanto una chimera difficile da acchiappare.

È anche un quadro realistico di quali fossero le condizioni di vita di minatori e operai che vivevano nelle comunità pianificate: cittadine proletarie dove i salari bassi, le ristrettezze e le rinunce, ma soprattutto la consapevolezza di non potere migliorare le condizioni di vita, favorivano l’eccessivo consumo di alcol e di droghe, con il triste risultato di produrre violenza domestica e sociale. Il protagonista stigmatizza il classismo rigido che costringeva i proletari a rimanere relegati all’ultimo gradino della scala sociale, è moralmente arrabbiato contro l’iniquità sociale e con chi – come la madre che pure ama – non si ribella ma la accetta come inevitabile.

John Burnside nato nel 1955 in Scozia, è docente di scrittura creativa, poeta e romanziere.

Copio il link all’editore, dove potete trovare anche la playlist del romanzo:

https://fazieditore.it/catalogo-libri/la-natura-dellamore/

L’incipit lo trovate qui.

Burnside copertina 2

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