friel vecchio teatro

“Il gelo di novembre aveva steso una rigida coltre di silenzio sulla piatta campagna. Il rat – tat – tat del tubo di scarico del trattore sbatteva contro l’aria tersa e dura senza riuscire a penetrarla; ogni suono, come in uno staccato, si spezzava nell’aria troncato dal gelo. Curvo sul volante sedeva Kelly, il proprietario del trattore, una roccia d’uomo con un gran testone e le unghie rovinate; e sul rimorchio di dietro stavano i suoi quattro raccoglitori di patate: due giovanotti che lavoravano stabilmente nel podere e due ragazzini che erano stati ingaggiati per la giornata. Alle sei di mattina erano le uniche presenze di vita in quella parte della contea di Tyrone”.

Friel libro aperto 2Avete appena letto l’incipit del racconto “I raccoglitori di patate”, tratto dal libro “Tutto in ordine e al suo posto”, titolo che presenta in Italia una raccolta scelta – in originale “Selected Stories”, appunto – dei racconti di Brian Friel, dieci in totale, tradotti e curati dallo scrittore Daniele Benatti, per i tipi di Marcos Y Marcos. Il volume è arricchito da una postfazione preziosissima.

Brian Friel, nato in Irlanda del Nord da una famiglia cattolica, è noto soprattutto come autore teatrale; il suo nome iniziò a farsi strada a metà degli anni Sessanta quando visse e lavorò negli Stati Uniti e allestì a Broadway un’opera teatrale incentrata sul tema dell’immigrazione: “Philadelphia, Here I come!“. In quegli anni, oltre al lavoro teatrale, iniziò a scrivere racconti e a pubblicarli su riviste; era un modo per sbarcare il lunario, i racconti piacevano e lui poteva finanziare l’incessante ricerca in ambito teatrale. Vennero raccolti per la prima volta nel 1962 in un volume dal titolo “The saucer of larks“, poi ripresi e ampliati in un secondo volume, “The Gold in the sea” nel 1966. Dopo questo primo approccio con la forma del racconto, lo abbandonò per dedicarsi esclusivamente alla scrittura teatrale, con una produzione che sfociò in “The freedom of the City” – legata ai tragici fatti del Bloody Sunday nel 1972 a Derry -, due opere a sfondo politico-sociale “Aristocrats” e “Faith Healer“, e alla questione dell’identità nazionale con “Translations“. In quegli anni dette vita ad una compagnia teatrale itinerante, che si avvalse della collaborazione di autori come Seamus Heaney e Tom Paulin. Della sua produzione teatrale è molto conosciuto soprattutto “Dancing at Lughnasa“, da cui è stato tratto un film famoso in cui nel cast compare Meryl Streep (in italiano tradotto col titolo Danza d’agosto).

Ho riassunto velocemente le notizie presenti nella postfazione di Benatti (lettura illuminante per comprendere appieno la portata di Friel) per focalizzare l’attenzione su un concetto che, in quel testo, viene ben sottolineato. E cioè il nesso strettissimo tra le qualità che servono per scrivere ottimi racconti e quelle necessarie alla produzione drammatica. Il racconto è un concentrato potente: in un frammento di poche pagine, sviluppato su un breve lasso di tempo – una specie di istantanea o piccola serie di istantanee – deve raccontare una vita, un mondo di sentimenti, di vita vissuta, dal personale dei personaggi al generale di una comunità, di un paese. Il racconto punta tutta la sua forza su un momento preciso nel tempo, producendo un’epifania che illumina, con poche mirate parole, un quadro di vita, esattamente come avviene sul palcoscenico, durante una rappresentazione teatrale. Ci vuole una grande capacità di sintesi e di attenzione al particolare, l’abilità di spargere gli indizi che, uno dopo l’altro, svelano il fulcro del racconto.

Friel foto libro apertoI dieci racconti raccolti in questo volumetto hanno esattamente questa caratteristica che ben si vede anche in un singolo frammento, come può essere l’incipit che ho riportato sopra, leggendo il quale, si ha già davanti un quadro ben definito. Lo sviluppo successivo consegna una storia che poteva essere raccontata in duecento pagine, divisa in capitoli, in ordine cronologico o attraverso flash back: Friel, maestro nel dominare la forma del racconto, riesce a fare tutto questo in sette, otto, dieci pagine.

Friel, da esperto frequentatore della scrittura teatrale, è bravissimo a creare e mostrare i suoi personaggi: come il rabdomante del primo racconto (da cui il titolo), guardato con diffidenza da tutti ma in grado di fare ciò in cui nessuno era riuscito; “usato” per un fine ben preciso e poi subito rispedito altrove, al suo ruolo di sospetto da emarginare. O come Harry Quinn che alleva colombi da gara e punta tutto sul naturale sistema della vedovanza (titolo del terzo) andando contro il parere generale, o i pescatori di frodo che inseguono la leggenda dell’oro in fondo al mare mentre praticano la pesca al salmone, o gli allevatori di galli da combattimento. Amaro il racconto dei raccoglitori di patate, che svela lo sfruttamento minorile per il lavoro nei campi e l’abbandono della scuola. Come dice Benatti:

“sono personaggi memorabili che stanno a metà strada fra l’artista, il ciarlatano, il santo, l’ubriacone, il trickster e la vittima sacrificale: personaggi dotati di un potere o di una conoscenza non assoggettabili e che anzi li aliena nel contesto sociale rendendoli figure minacciose e temute. (..) Personaggi che mantengono viva in loro la fiamma di una cultura arcaica, pagana, precristiana, fatta di riti, superstizioni e qualità miracolose.”

Sono personaggi marginali, a volte esclusi dalla società: non ci sono eroi buoni ma uomini che si mostrano attraverso le loro furfanterie o debolezze, mettendo in campo furbizia e ignoranza, che arrivano sul palcoscenico virtuale del racconto magari proprio verso la fine, e gettano scompiglio o comunque disordine, sovvertendo credenze comuni o ribellandosi al conformismo.

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L’ambientazione è quella dell’Irlanda rurale, fatta di villaggi, di case modeste e di condizioni generalmente povere. Friel non ci offre racconti di stampo naturalistico o folkloristico, non la visione idilliaca di questo mondo, spesso mitizzato, nel bene e nel male. Al contrario, i personaggi portano sulle loro spalle frustrazioni, talvolta aridità d’animo, altre voglia di riscatto, altre ancora delusioni tremende, come in “Gli illusionisti“, il mio preferito. Qui il protagonista è un ragazzino che vive in uno sperduto villaggio e frequenta la scuola dove suo padre è il direttore e unico insegnante: racconta la visita del mago che, una volta all’anno, costituisce l’evento più atteso dagli scolari. Il bambino osserva lo strano dipanarsi del rapporto tra l’illusionista e il padre, che all’inizio della visita sembrano amiconi e poi alla fine, entrambi ubriachi e guardati a distanza dalla madre, finiscono per separarsi malamente, con un reciproco scambio di improperi che mette a nudo le loro debolezze.

Lo stile di Friel è molto misurato, preciso, nitido; non si dilunga mai ma va dritto al punto, disseminando indizi sotto forma di particolari, di atteggiamenti, utilizzando in modo efficace i dialoghi. Sta al lettore coglierli e aggiungere, attraverso la propria immaginazione, tutto quello che l’autore suggerisce.

Copio il link all’editore:

http://www.marcosymarcos.com/libri/tutto-in-ordine-e-al-suo-posto/

L’incipit lo trovate qui.

 

 

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