“Tanta vita” di Alejandro Palomas, ed. Beat 2016

faroLe pagine scritte da Palomas rivelano un romanzo intenso, serrato, plurale: un mosaico di voci femminili ovvero un caleidoscopio dove i sentimenti, come schegge di vetro colorato, si incontrano, si mescolano, si scontrano e creano scenari mutevoli. Aprendo questo libro ci troviamo davanti ad una storia in cui cinque donne in vita (e una scomparsa) si alternano e si intrecciano nel racconto delle loro vite: tre generazioni legate da un vincolo familiare e affettivo che, seppure tirato come un elastico, si tende fino quasi a spezzarsi, eppure resiste a tutte le dure prove di cui è prodiga la vita. Ci si imbatte in situazioni drammatiche, dolorose, scelte di vita difficili da prendere, o prese da qualcun altro, scontri e incontri in una storia alla Almodóvar, dove la forza narrativa sta tutta nella statura dei personaggi.

“A volte mi abbandono al passato più recente di questi quasi novantatre anni di perdita di vita: perdita di persone amate, di nemici che non lo erano poi tanto, di posti a me cari, di nomi, amicizie; perdita di memoria, di voglia di fare. Adesso perdo solo il pudore e la pipì.”

È Mencía che parla: una donna lucida, scontrosa, dura e dolce con la stessa intensità. Con quasi un secolo di vita sulle spalle, lei sa come consolare e come costringere a guardare in faccia la realtà; sa essere il coltello che ferisce e la medicina che guarisce. Non ha peli sulla lingua e ha sempre una strategia: conduce il gioco e fa le sue mosse per tenere insieme le sue figlie e nipoti. Come quando vuole costringere Beatriz, sua nipote, ad essere onesta con se stessa: lo fa proponendole il “gioco dei segreti” in cui ciascuna deve mettersi a nudo, facendo calare il velo dell’ipocrisia. Perché essere se stessi vuol dire accettare anche le proprie cattiverie, il proprio lato peggiore, quello che di solito nascondiamo agli altri.

In ogni capitolo parla una voce diversa; a turno, insieme a quella di Mencía, sentiamo quelle delle sue figlie Flavia e Lía, e delle figlie di Lía, Inés e Beatriz.

Flavia ha un rapporto di amore ed odio con la madre e le ragioni affondano nel passato, quando Mencía ha prepotentemente cambiato il corso della vita di sua figlia: mossa dal desiderio di salvarla, l’ha in realtà condannata ad un dolore che la renderà impermeabile alla felicità. Diverso il rapporto con la dolce Lía: nonostante anche con lei abbia avuto degli scontri in passato, Lía non è capace di odiare, ma solo di amare e accudire la madre, fino a quando avrà vita. E Mencía, pur guardando con lucidità alle debolezza della figlia, sa riconoscerle il ruolo di collante all’interno del gruppo familiare.

La storia inizia e finisce sull’isola di Minorca – passando per Barcellona e Madrid – riva da cui come pellegrine, partiranno alla volta dell’isolotto del Faro, il dito bianco puntato verso il cielo, il luogo d’elezione per anestetizzare la morte che ghermisce gli affetti.

“Ci guardiamo. Madri e figlie, sorella e sorella, zia e nipoti, nipoti e nonna. Isole. Strana parola. Così circolare, così chiusa in una curva pericolosa che rende difficile la visione. Cinque lettere che ci divertiamo a spartirci tra noi. Tirando a sorte. La i incrostata delle ossa senza muscoli di Inés, con al fianco i suoi sogni e la sua poca realtà. La s per la sconfinata spericolatezza di Mencía e delle sue carte sempre segnate. La o per bea e le sue omissioni. La l perché Lía finalmente straripi, trascinandosi dietro tutte noi con la vita che le resta. E la e finale per me, perché si estenda a tutti i plurali che mi modellano e perché io possa imparare una benedetta volta a immaginare al singolare, a immaginarmi intera. Perché possa smettere di sognare gente che non c’è più.”

Questo romanzo corale rivela cinque donne che si sono perse nei labirinti della vita, percorrendo vie tortuose, incontrando sul loro cammino macigni difficili da superare, come la perdita della figlia Helena, scomparsa tra le acque del mare, svanita senza lasciare alla madre, Lía, la consolazione di un corpo da seppellire, da piangere. Un lutto che non riesce ad elaborare, una presenza-assenza che nemmeno le altre donne della famiglia, tranne la nonna, riescono a collocare in un orizzonte di finitezza. Così come un altro lutto che le colpirà, devastante eppure capace di ricucire strappi e lacerazioni che avevano preso il sopravvento. Cicatrici della vita che spetta a Mencía medicare e curare, lei che ha sempre uno sguardo lucido e una mente scalpitante.

“Essere vecchia significa avere imparato a mordersi la lingua con delicatezza. A chiudere la bocca a tempo debito. E a sfiorare la follia in modo che le verità siano perdonabili.”

Il finale sorprende e mette in scena un’altra figura femminile, un alter ego che assume un ruolo determinante, all’ombra del faro – la luce circolare che tenta di scacciare le tenebre – a fianco dell’unico uomo che appare con connotati positivi, capace di tenere dritto il timone di una barca che ha rischiato di rovesciarsi e che invece ha fatto rientro in acque sicure, passando il testimone della vita ad un’altra futura donna.

Palomas Alejandro

Alejandro Palomas è davvero bravo, come lo sa essere Pedro Almodóvar, a rappresentare l’universo femminile, costruendo personaggi credibili fin nelle più piccole sfumature, facendole parlare attraverso dialoghi serrati, botta e risposta dove nulla si spreca o è superfluo, facendo ridere, sorridere, riflettere e anche, un pochino sì, ammettiamolo, commuovere.

Copio il link alla CE per tutte le informazioni:

http://www.beatedizioni.it/collane_dett.php?id_coll=22&id_lib=776

L’incipit lo leggete qui.

Nel blog trovate anche la recensione a “Capodanno da mia madre“.

 

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