Zambon foto nel libroLa frase di Wim Wenders riportata nel titolo mi pare calzi a pennello con il libro che ho finito di leggere. Un libro che collega alcuni dei miei ambiti di interesse: le CE indipendenti e la narrativa di viaggio.

Sul primo punto mi sono già espressa e trovate i miei pensieri sparsi in vari post; la CE del libro in questione è Alpine Studio e, fino ad ora, non la conoscevo.

Nata inizialmente come una Casa Editrice che si proponeva la pubblicazione di una collana di libri di alpinismo, Alpine Studio è ora divenuta una realtà più ampia. Le collane in catalogo sono tre: A Voce Alta, temi d’inchiesta politica, sociale ed economica; Oltre Confine, narrativa di montagna e alpinismo. Orizzonti, narrativa di viaggio, italiana e straniera; l’opera di cui vi parlo oggi è inserita in questa collana.

Si tratta di “Inseguendo le ombre dei colibrì” di Paolo Zambon, Alpine Studio.

zambon libreriaPaolo Zambon è un trentenne che credo abbia passato più tempo della sua vita seduto in sella alla Vespa, che seduto sul divano di casa. E già questo, di lui, me lo rende simpatico. Quando ho scoperto che questa era la sua prima opera pubblicata, ho tirato un sospiro di sollievo: la letteratura di viaggio, quella seria, non finirà dopo Paolo Rumiz (post). Avevo fatto queste riflessioni anche alla lettura del bellissimo “#mineviandanti sull’Appia antica” di Valentina Barile, un’altra trentenne da tenere d’occhio (qui potete leggere il post).

Mentre sto scrivendo questo post, Paolo Zambon – a cui mi sono rivolta per farmi mandare degli scatti da inserire nell’articolo – si trova, sempre in groppa alla sua fida Vespa e con le braccia della sua fidanzata allacciate intorno alla vita, dalle parti di Samarcanda, in Uzbekistan.

Veniamo al libro in questione.

Si possono percorrere più di ventimila chilometri in sella ad una Vespa, in un viaggio di circa otto mesi attraverso Messico, Guatemala, El Salvador, Honduras, Nicaragua, Costa Rica, Panama, e sulla via del ritorno ancora in Honduras, Guatemala e Belize, armati di mappe artigianali fitte di appunti, materiale scaricato da internet e una curiosità senza fine? Sì, si può fare e se ne torna arricchiti e diversi. Lo si intuisce fin dal titolo: mi ha incuriosito appena l’ho letto e nel Preludio si scopre perché: vi lascio la sorpresa… Il racconto è organizzato in sette capitoli che seguono l’ordine cronologico della prima parte del viaggio, fino al confine con l’Honduras. Sarebbe bello che in futuro Zambon ci regalasse la seconda parte, che di sicuro promette altrettante meraviglie.

 

Zambon Guanajuato-Messico
Guanajuato, Messico

 

 

Il viaggio non è solo macinare strade, incrociare facce e attraversare territori. Come il maestro Paolo Rumiz ha dimostrato nella sua lunga esperienza, il viaggio è anzitutto conoscenza, dell’altro e di sé, o di sé attraverso l’altro. E per conoscere bisogna avere mente aperta e desiderio di confronto, volontà di guardare negli occhi chi ti sta davanti senza diffidenza e ascoltare le storie che ti può raccontare, osservare i monumenti e provare ad immaginare come potesse essere la vita nel passato, remoto o più recente, perché per spiegare come funziona il presente, è da lì che bisogna partire. Paolo Zambon ha esattamente questo tipo di atteggiamento e quello che racconta del suo viaggio è un ricco resoconto di luoghi, storia, cultura e attualità.

Paolo e Lindsay, la sua fidanzata canadese, si lasciano alle spalle il Canada e gli USA, per attraversare un confine, quello con il Messico, che oggi qualcuno vorrebbe sigillare con un muro.

“Quel ponte traballante tra la ricca e linda America del Nord e la calda e vitale America del Sud era dispiegato davanti a me sotto forma di mappe, libri, note, articoli, pagine web stampate, agendine zeppe di nomi spagnoleggianti e numeri di telefono. Avevo pure disegnato una mappa attaccando con lo scotch diversi fogli per avere una superficie maggiore su cui scarabocchiare. (..) In cuor mio sapevo che era tutto inutile. Che anche questa volta il viaggio avrebbe fatto saltare i piani. Incontri casuali, soste inattese avrebbero dettato il ritmo. E noi ci saremmo lasciati trasportare da questa corrente di eventi invisibile e imprevedibile, ma tremendamente affascinante.”

Paolo Zambon ha una serie di contatti – “la ragnatela delle connessioni”, come la definisce lui -, fatta di amicizie pregresse e di associati ai vari club motociclistici che lo aiutano a visitare i luoghi e che gli offrono ospitalità; inoltre, durante questo lungo peregrinare, ha modo di sperimentare l’ospitalità gratuita offerta da una persona generosa appena conosciuta, che mette a disposizione quel poco o tanto che possiede, per farti sentire a casa tua ed in cambio ti offre un racconto di quello che è l’attualità dei luoghi visti con gli occhi di chi ci vive dentro tutti i giorni, di chi ha trovato il suo modo per convivere con realtà pericolose come i narcos, le lotte per il dominio del narcotraffico, le connivenze con le autorità. O di chi prova a ribellarsi attraverso l’espressione artistica, come capita di vedere a San Miguel, alla Escuela de Bellas Artes, dove “Le immagini appese ad una colonna di cartone, al centro di una stanza” attirano l’attenzione di Paolo.

“L’orrore spiattellato in faccia all’osservatore aveva le sembianze di cadaveri ammassati, corpi sanguinanti e persone torturate. Messicani e migranti centroamericani. Immagini in bianco e nero, potenti, che disturbavano.”

Difficile convivere con realtà così violente, dove basta poco per finire nel buco nero delle sparizioni senza giustizia; la cronaca di ieri ci sbatte in faccia l’ennesimo delitto strumentale: l’attivista Miriam Rodriguez freddata davanti casa. E allora la gente si crea le difese nell’unico modo che riesce a trovare, quando è in balia di forze troppo potenti ed indisturbate, se non fiancheggiate.

“Qui in Messico funziona così: i problemi dei morti ammazzati sono sempre problemi che riguardano i narcos e la frase che senti più di frequente è che si ammazzano tra di loro e che se ti fai gli affari tuoi no pasa nada”.

 

“Ci sono momenti durante un viaggio che non si dimenticano. Momenti che riaffiorano a distanza di anni. Gli occhi lucidi di Carlos e Maria e i loro abbracci in quel mattino freddo si impressero in qualche parte del cervello dove rimarranno custoditi per sempre.”

 

Zambon Teotihuacan-Messico
Teotihuacan, Messico

 

Perché quello di Paolo e Lindsay è sì una scoperta delle bellezze naturali, dei monumenti dell’età pre-colombiana e del periodo della conquista e dominazione spagnola, così come dei piccoli paesi e delle grandi città, ma è soprattutto un viaggio incontro ad un’immensa umanità, quella di oggi e quella di ieri, quella che ha visto e fatto nascere, ad esempio, il Messico di oggi attraverso le lotte, le rivoluzioni, gli scontri, i massacri; o quella dei tempi remoti, della civiltà tolteca, o dei maya, viste attraverso i resti dei loro insediamenti, o conosciute attraverso le contaminazioni tra la medicina moderna e le pratiche di guarigione dei maya sui monti del Chiapas.

Paolo Zambon riesce ad unire il racconto storico e culturale – sempre ben documentato – e le tradizioni, con le descrizioni paesaggistiche in un modo brillante, fluido, coinvolgendo il lettore senza mai annoiarlo.

“Scoprimmo gli angoli della Queréntaro, teatro degli incontri che diedero il la al processo indipendentista messicano. (..) Salimmo il sentiero che si snodava tra una fitta foresta e sbucammo sulla cima dove faceva bella mostra la statua di Benito Juárez (..) fu il primo presidente indio di tutto il continente.”

 

“Alla stazione dei treni ormai in disuso, in quanto non esistono in tutto il Messico treni per passeggeri (ad eccezione del Chepe tra Los Mochis e Chihuahua) fummo accolti dal capostazione.(..) Fuori dalla stazione i murales si risolvevano in un requiem per il sogno americano. Le bandiere di alcune nazioni dell’America Latina trainate da una locomotiva con la parte anteriore a forma di teschio. Presi nota di una frase che sembrava lampeggiare su un altro vagone dipinto sul muro. (..) Le parole sembravano un urlo: “No viajamos para escapar de la vida, viajamos porque la vida no se nos escape” (non viaggiamo per sfuggire alla vita, viaggiamo perché la vita non ci sfugga, n.d.A.).

L’incontro con la metropoli Città del Messico colpisce come un pugno nello stomaco:

“Raggiungemmo la 85 sovrastati da un cielo immenso segnato da due aree distinte che proprio sopra di noi parevano unirsi. Alla nostra destra l’azzurro dominava incontrastato, sul lato opposto era una coltre fumosa dall’aspetto sinistro a reggere la scena. Era il prodotto di tutto quello che la capitale digeriva e che veniva sparato in alto sotto forma di smog. (..) Stavamo entrando nella pancia del mostro.”

Così come la realtà del Chiapas:

“Eravamo giunti dove la rivoluzione indigenista e non dogmatica si concretizzava. (..) Lentamente scendemmo lungo la via centrale sulla quale si affacciavano gli edifici splendidamente decorati con murales carichi di significato politico. Lenti, come la lumaca simbolo delle comunità zapatiste. “Le rivoluzioni sono lente, metodiche e necessitano di pazienza”. Anche i mattoni grigi delle aule si trasformavano in tele da dove i talenti artistici al servizio dell’ideologia zapatista lanciavano messaggi.”

Il filo del racconto si dipana lungo gli stati attraversati, tenendo sempre acceso l’interesse:

Zambon Chiesa-Chichicastenango-Guatemala
Chiesa Chichicas Tenango, Guatemala

 

 

“Quattro paesi, Guatemala, El Salvador, Honduras e Nicaragua. Nazioni che condividevano un passato a tinte fosche, il presente pieno di insidie e un futuro con troppi punti di domanda. Era l’inizio di un nuovo viaggio e gli occhi brillanti di Lindsay riflessi nello specchietto retrovisore ne erano la prova tangibile.”

Dunque, un libro per chi ama viaggiare non da turista ma da viandante, un mosaico di luoghi e civiltà, volti e storie che restano impressi nella mente di chi si avventura tra le pagine.

Copio il link alla CE, mentre l’incipit lo potete leggere qui. Le foto con didascalia sono scatti dell’autore, gentilmente concessi.

http://www.alpinestudio.it/prodotto/inseguendo-le-ombre-dei-colibri/

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