“Sembrava uno di quei rebus da ultima pagina” “Dov’è Harris? È da qualche parte in quell’ultima pagina, nascosto in una folla di tanti Harris, cammina in mezzo a loro sul ponte di Brooklin sotto il sole splendente. È solo un gioco. Potrei buttare via il giornale senza risolvere il rebus, e non avrebbe nessuna importanza”.

“Il salto” di Sarah Manguso, NNEditore

“Elegia per un amico” recita il sottotitolo. Harris è l’amico e non è più tra la folla, non è steso sull’erba del parco o sulla spiaggia di Long Island, non sta suonando il violino; Harris è morto, si è buttato sui binari del treno che stava sopraggiungendo. Lo ha fatto dopo essere fuggito dall’ospedale in cui era ricoverato a seguito di un ripetuto episodio psicotico e dopo avere trascorso dieci ore girovagando. E Sarah deve fare i conti con questa realtà.

“Questo dolore è mio, e a differenza del mio amico non cerco di nasconderlo. Lascio che ricopra tutto. Urlo in casa. Piango in metropolitana. Dico a tutti quelli che conosco che il mio amico si è buttato sotto un treno.”

La potenza di questo libro sta nella presa di coscienza di Sarah che la questione non è ipotizzare scenari o cause per cui ciò è accaduto; non è interrogarsi se e cosa avrebbe potuto fare per evitare che succedesse, lei che ben conosceva i sintomi e gli effetti dei medicinali che Harris prendeva, avendoli provati sulla sua pelle; non è pensare di non esserci stata fisicamente quando era in ospedale e avere avuto la possibilità di intervenire per assisterlo; la questione è che lei è in grado di sopravvivergli. Che l’assenza è tale e definitiva, una di quelle cose irreparabili, un biglietto di sola andata e chi resta non può fare altro che arrendersi a questa evidenza.

E allora Sarah ripercorre i tempi della loro lunga amicizia, un legame saldo di fratel/sorel-lanza:

“Quella notte mi stesi vicino a Harris e lui mi abbracciò. Contai fino a cinque e poi andai sul divano, e quella notte diventammo fratello e sorella.”

Il legame con una persona con cui ti sei sentito come dentro un rifugio sicuro, un posto dove essere te stesso, e sopravvivere agli eventi devastanti che ti accadono intorno, collettivi o personali, come l’attentato alle torri gemelle, o il suicidio di un amico, di un collega. Un sottinteso esserci come può esserci una montagna, il mare, qualcosa che volti l’occhio e sai che lo troverai sempre lì, nella medesima posizione, uguale e diverso ma un punto fermo. E invece quel gesto ha scardinato e tutto ciò che quella persona era e significava; è diventato un ricordo sulla pagina scritta, e una ferita sanguinante nel cuore.

Ritornano alla mente le case dove si è vissuti, gli oggetti che le hanno riempite e definite, le persone che si sono avvicendate nelle vite vissute insieme, le telefonate per chiedere indicazioni stradali. La città che non si voleva lasciare e dove bisogna ritornare per sentirsi se stessi. Gli scatoloni da svuotare, la banalità di oggetti che ci ricordano un giorno, un momento, una persona. I ricordi che sono solo nostri, e la rabbia per come sono andate le cose. Il senso di impotenza. La riluttanza ad accettare una realtà e l’arrendersi, invece, al fatto che quella è.

manguso salto foto miaAvevo deciso di non leggere questo libro quando è uscito; ho una ferita che non si rimargina, che non si chiuderà mai perché so, come Sarah, che è così e basta. Non volevo leggerlo perché si sta male ogni volta che se ne riparla, che si ritorna lì col pensiero. Non volevo e invece volevo. Così l’ho comprato in libreria, sono uscita e mi sono seduta sulla panchina di un parco fiorito ma coperto da nuvoloni neri e non mi sono alzata finché sono arrivata alla fine. Sono bastate due ore per riconoscere una persona e i suoi sentimenti, capire che sono un po’ anche i tuoi, e alla fine essere grata di averlo letto.

“Non voglio ammettere che non avrei potuto salvare Harris dalla morte, che non sono magica, che non sono speciale, che non potrò mai salvare nessuno. (..) Il disegno della vita è l’esecuzione di vari progetti in un lasso di tempo ignoto ma finito. Molti di noi non sanno quanto durerà, quindi non sappiamo come usare il nostro tempo in modo significativo. Quando guardo il velo che nasconde la fine della mia vita, mi sento sopraffatta dalla certezza che non userò il tempo bene come farei se conoscessi la data della mia morte. Mi viene voglia di mollare il colpo. Da questa prospettiva, il suicidio è un progetto razionale.”

Copio il link alla CE dove trovare le informazioni sull’autrice e sul libro. Qui l’incipit.

http://www.nneditore.it/libri/il-salto/

“Remember when you were young, you shone like the sun.” Pink Floyd

Pink_Floyd,_Wish_You_Were_Here_(1975)

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