Gustafsson ritratto“Alla luce della lampada rossa, lassù in soffitta, nel quieto gocciolare dell’innaffiatoio appeso, proprio quando le prime ombre incominciavano ad apparire nel bagno di sviluppo, riusciva a provare qualcosa che doveva essere felicità. Il passaggio da ombre chiare e indistinte a immagini avveniva gradatamente e impercettibilmente, come la crescita delle piante. Era straordinario che il mondo potesse agire così. In qualche modo che non riusciva a esprimere a parole, gli ricordava qualcosa di se stesso.”

Torsten Bergman è il protagonista di “Il pomeriggio di un piastrellista” di Lars Gustafsson, edito da Iperborea.

piastrelleE guardando alla sua vita ora che ha sessantacinque anni vede forse più ombre che figure reali: la moglie e il figlio che non ci sono più, gli amici di gioventù di cui a malapena si ricorda, la madre e le zie. Rintanato nella sua tana malmessa, auto esiliato da un mondo che non capisce e di cui non si sente più parte in alcun modo, Torsten ha una sola certezza: quella di sapere ancora svolgere bene il suo lavoro, il piastrellista. Allora, quando un amico lo chiama per proporgli un lavoretto in nero – modalità che lui predilige perché non ha alcuna intenzione di assoggettarsi alle leggi del fisco – sente di nuovo la linfa vitale scorrere nel suo corpo, si sente pronto ad uscire di casa con la sua vecchia auto malridotta, per dimostrare di potere ancora essere in grado di dare il meglio di sé.

“Al giorno d’oggi era diventato sempre più difficile, Dio sa perché, riuscire a far stare le piastrelle attaccate alle pareti. Se fosse colpa delle pareti o delle piastrelle non era facile dirlo. Era un lavoro come tutti gli altri. Non aveva in realtà proprio niente di speciale. I lavori non erano mai particolarmente piacevoli. Se si poteva farli senza pagarci tasse e roba del genere, almeno avevano un senso. Altrimenti di senso non ne avevano proprio.”

Ecco il chiamarsi fuori dalla società, il sentire che niente mantiene il senso che aveva in passato, il sentimento di marginalità ed estraneità che pervade la sua esistenza. Torsten vive nel suo mondo, un’esistenza che non è più popolata di gente, ci sono solo ricordi, rimpianti, malinconica presa di coscienza del tempo che non tornerà indietro; non è un personaggio integro, non possiede alcuna grandezza morale o intellettuale. È un uomo comune, con tanti difetti e pochi pregi, che vive con una misera pensione di invalidità che gli serve prevalentemente a procurarsi gli alcolici, che poi altro non sono che la causa della sua malattia.

“La vita era quella che era, e diventava quel che diventava. E nemmeno era possibile tornare indietro e riparare. La miseria dell’esistere.”

 “Ogni cosa era mondo, e nulla in quel mondo gli apparteneva sul serio.”

La telefonata dell’amico in quel freddo giovedì mattina e la proposta di lavoro lo sollevano dal torpore in cui si è adagiato e lo spingono a tirare fuori l’auto dal fango e dalle foglie secche sotto sui è sepolta, per dirigersi verso l’indirizzo presso cui c’è un lavoro da svolgere. Inizia così la sua lunga giornata, la prima in cui accade qualcosa dopo tanto tempo.

Mentre cerca di capire che tipo di lavoro ci si aspetta da lui e aspetta che qualcuno venga a parlargli per chiarire tutti i dettagli, Tosten si interroga sulla sua vita, sulle sconfitte e i fallimenti che l’hanno caratterizzata.

“E lo colpì il pensiero che non di rado era proprio quello che succedeva a molte esistenze. (…) Esisteva una vita che si potesse dire migliorata col passare del tempo? Non era forse vero che le cattive abitudini diventavano sempre più radicate, i compromessi più vischiosi, le incoerenze più grandi? Non era, in poche parole, la vita un costante e lento declino da un certo ordine a un sempre crescente disordine?”

La casa dove Torsten si reca per il lavoro è in parte già ristrutturata con finiture di pregio, mentre in altre zone è lasciata a metà; lavori di pessima qualità e per di più incompiuti; un progetto che sembrava partito con grandi ambizioni e che poi si è incagliato, fino a giungere all’abbandono. Una metafora della vita. E Torsten cerca di contrastare quel disordine, di ripristinare almeno nel suo piccolo, un margine di armonia, di precisione.

È la lotta contro il disordine – interiore e non – che caratterizza l’esistenza.

“È comunque una gran cosa, riuscire a fare un po’ d’ordine, nella vita. Anche se si sa benissimo che un bel giorno arriverà qualcuno che demolirà tutto per sostituirlo con qualcos’altro. C’è un unico attimo bello, ed è quando si vede come tutto si accorda, quasi da sé.”

E gli fa eco l’amico d’infanzia che ritrova per caso e gli viene in aiuto col lavoro, Stieg:

“La vita non sembra affatto servire i nostri scopi, questo è evidente. La troviamo dove la troviamo e ne facciamo quel che possiamo. Ma il fatto di esistere, di esserci, viene in realtà molto prima di sapere che cosa ne faremo. Il problema è tutto qui, che noi non l’abbiamo chiesta. E poi ci tocca trovare che cosa farne.”

Gustafsson, filosofo, poeta e romanziere, scrive una storia piena di periodi ipotetici, di forse, di congiuntivi, di punti interrogativi; dove tutto è messo in discussione e analizzato, un cammino accidentato e scivoloso dentro la coscienza umana. Non senza una certa ironia, anzi un intento parodico – come ben fa notare nella postfazione Emanuele Trevi – già fin nella scelta del titolo, che rimanda subito il lettore a “Il pomeriggio d’un fauno” di Mallarmé, “nel senso che la memoria mitologica attivata dal titolo (…) subisce un travestimento borghese, quotidiano.”

UppsalaSecondo Trevi, i romanzi di Gustafsson “sono esercizi filosofici condotti in modo narrativo, e intraducibili in un altro linguaggio.” E, portando avanti il ragionamento, afferma “che la letteratura è la filofia del singolo. Dà voce a una diffidenza per l’universale che alberga in ciascuno di noi, nel momento in cui consideriamo i fatti della nostra vita e il loro significato – che può anche consistere, ovviamente, in un’assenza di significato. Anche in quest’ultimo caso, ognuno è insignificante a modo suo.”

Dunque, per chiudere, dico che sì, mi è piaciuto questo romanzo; mi ha fatto pensare, sorridere, in qualche punto rattristare quel tanto che discende dal constatare l’incertezza dell’esistenza umana. E sono contenta di averlo letto prima del romanzo considerato il capolavoro di Gustafsson, “Morte di un apicoltore”: me lo lascio per ultimo, dopo avere letto l’altro che ho acquistato, “La ricetta del dottor Wasser”.

Copio il link all’editore: http://iperborea.com/titolo/29/

L’incipit lo trovate qui

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