Il testamento dei fiumi, di Jesús Moncada, ed. gran via

Per raccontare questo romanzo devo partire da un fatto autobiografico. Sarò breve, giuro. La famiglia di mio padre è originaria della Garfagnana, un’impervia vallata nel nord della Toscana, abbarbicata a picco sul fiume Serchio, fatta di sassi e dirupi, stretta da una parte dai monti dell’Appennino e dall’altra dalle Alpi Apuane. Una terra spigolosa e tenace, che ha forgiato allo stesso modo il carattere dei suoi abitanti, che i tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale hanno provato a tenere a tutti costi, tra eccidi, rastrellamenti e vendette di ogni genere, ma che alla fine hanno dovuto abbandonare in ritirata. Tra i monti sopra Poggio, a sinistra verso le Alpi Apuane, si trova un bel paesino, Vagli Sotto, affacciato sulle rive di un lago artificiale, realizzato a seguito della costruzione della diga sul fiume Edron. Sul fondo del lago, dal 1946, si trova il vecchio paese, Fabbriche di Careggine. Mio padre, da bambino sfollato con parte della sua famiglia, ci aveva passato gli ultimi angoscianti mesi dell’occupazione tedesca, in ritirata sotto i bombardamenti degli alleati. Suo padre fu deportato nel campo di concentramento a Bolzano e da lì messo su un treno per la Germania. Si salvò solo per miracolo.

Il lago, dicevo, viene svuotato ogni dieci anni e il paesino, o meglio ormai i suoi resti, sono visitabili. Ricordo perfettamente la commozione di mio padre quando mi portò a vederlo, nel 1974.

Vagli lagoVAGLI rovine

Ho fatto questa premessa perché il romanzo di cui parlo oggi racconta una storia molto simile; quella di un paese della Catalogna, sito alla confluenza tra due fiumi, la cui economia si fondava sulle miniere di lignite e sul trasporto fluviale, che viene demolito e ricostruito poco distante, per la realizzazione di una grande diga. Quando ho letto il risvolto del volume, la mia mente è andata subito a ripescare i racconti di mio padre legati ai suoi ricordi della guerra, le storie delle persone che abitavano in quelle case e che avevano dovuto spostarsi nel paese nuovo, lasciando le loro abitazioni dove generazioni prima di loro avevano vissuto. Un piccolo borgo semplice, case fatte di pietra, abitate da contadini, raccolto attorno alla bella chiesetta romanica di S. Teodoro col suo campanile.

Ecco perché il romanzo di Jesús Moncada mi ha chiamato con una voce forte, con la promessa di farmi entrare in una storia a cui sentivo, in qualche modo, di appartenere.

Si tratta di un grande affresco che mette insieme le storie degli abitanti del paese di Mequinensa a partire dall’inizio del 1900, passando attraverso le due Guerre Mondiali, ai fermenti delle lotte operaie e della loro repressione, alla Guerra Civile, fino ad arrivare agli anni Settanta, quando il destino del paese sarà compiuto. Un grande contenitore di ricordi, personaggi, leggende: quelle storie legate alle famiglie che col passare del tempo si arricchiscono di particolari, assumono connotati quasi mitici e leggendari, ingigantendo semplici episodi, ridicolizzando debolezze e stranezze, consacrando storie strappalacrime.

Gli episodi si susseguono in modo discontinuo – apparentemente – saltando da un personaggio all’altro, si accavallano, si completano l’un altro perché le storie delle persone e delle famiglie si intrecciano nella vita del paese, si amalgamano e si discostano, fluiscono come lo scorrere del tempo che le plasma. E quindi, così come il paese è stretto fra due fiumi, così il lettore si sente travolgere dalle acque dei ricordi, dei fantasmi del passato mitico degli abitanti.

La scrittura di Moncada è una prosa barocca, minuziosa, sottilmente ironica, che crea movimento in più direzioni, procede per piani sovrapposti e giustapposti, il ritmo dettato dal fluire degli eventi; quelli grandi, cioè la Storia della Nazione, rapportata al paese di Mequinensa, e quelli piccoli, delle vite più o meno ordinarie dei suoi abitanti. Un ricco caleidoscopio di fatti, episodi, che annoda tanti fili, fino a costruire una scena come quelle degli arazzi olandesi del Seicento.

È un romanzo corale, non c’è un protagonista principale: c’è la famiglia Torres i Camps, la signora Carlota, suo padre Jaume e il pittore Aleix che gli fa il ritratto, c’è Arquimedes Quintana il marinaio più esperto dell’Ebro, e poi Josep Ibars e suo figlio Robert, conosciuto come Nelson, Honorat del Rom il farmacista, Alfons Garrigues, Malena de Segarra, Júlia Quintana…. e mille altri personaggi, un paese intero nella sua storia di cent’anni. E i luoghi, come il Cafè de Moll, ritrovo di chiacchiere tra uomini, il salone delle Vergini Martiri – il dipinto che le dà il nome e la sua buffa storia – del palazzo dei Torres i Camps, il teatro Edén, le case dei marinai e dei contadini, le domestiche Camil·la, Carmela, Sofia e Teresa, l’etoile Madamfransuà.

Ci sono i venti che soffiano sul paese – il libeccio, il maestrale – e portano ventura e sventura e soprattutto sparpagliano la polvere, personaggio effimero che ricopre case e arredi, che viene scacciata e che continua a ritornare. Ci sono gli edifici che a poco a poco vengono demoliti, agonizzando in cumuli di pietre che sollevano la polvere e la affidano ai venti.

“Forse (…) il paese non era morto nello stesso giorno per tutti gli abitanti. Ciascuno di loro lo sentì morire in un momento diverso durante gli anni della rovina e forse fu l’addio di Júlia a contrassegnare questo punto per il vecchio Nelson.”

Tra tutti i vari personaggi quello che più mi rimarrà nel cuore è proprio Nelson, la sua versione da vecchio che tutto ha visto accadere e che non vuole rassegnarsi a lasciare andare via i ricordi.

“Camminava senza incrociare un’anima, sconvolto dalla densità del silenzio. I ricordi popolavano inevitabilmente le macerie, innalzavano di nuovo le case abbattute, tracciavano strade, ricostruivano piazze, restituivano la gente, tuttavia il vecchio Nelson si rendeva conto che la memoria non gli rispondeva con precisione. Tanta rovina finiva per confonderlo. (…) Non li avrebbe uditi mai più. La mancanza gli forniva la misura di un disastro il cui inizio e la cui portata avevano colto di sorpresa il paese.”

Moncada è molto bravo a costruire lo spessore dei tanti personaggi, dipingendo di ciascuno i tratti esteriori e caratteriali, le abitudini, le opinioni, facendoli maturare pagina dopo pagina, anno dopo anno della loro vita: ognuno di loro ci appare davanti ben delineato, messo a fuoco nella sua unicità. Così come sono toccanti il fluire dei ricordi e la malinconia che da essi sale.

È un romanzo corposo – trecento pagine – ma che si gusta correndo e perdendosi, tornando indietro a cercare un episodio o un personaggio, sorridendo e sentendo un filo di amarezza tendersi sotto la superficie.

Copio il link all’editore che ha tradotto per la prima volta in Italia questo bellissimo romanzo uscito nel 1988, divenuto un classico della letteratura catalana:

http://www.gran-via.it/libri/il-testamento-dei-fiumi/

Qui potete leggere l’incipit

Annunci