Sotto il segno di Appia – “#mineviandanti sull’Appia antica” di Valentina Barile, Les flaneurs edizioni

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Paolo Rumiz, nell’Incipit al suo libro “Appia”, dice che:

 “La battaglia per questa strada è solo un capitolo della guerra infinita tra sedentari e nomadi, e non è difficile indovinare a quale delle due tribù noi si appartenga. Sarà possibile vincerla soltanto se i secondi, per dirla con Orazio Flacco, batteranno la terra “con piede libero”, forte e con gioia. Così la nostra fatica non sarà stata inutile.”

valentina-barileEcco, Valentina Barile, nomade e “figlia” elettiva di Rumiz – è sua la prefazione al libro – ha un piede libero, e la vocazione del viaggiatore, anzi della “minaviandante” (tutto intero, come ci spiega nell’introduzione), insieme alla sua compagna di viaggio Federica.

Si mettono in viaggio, a guidarle il libro di Rumiz, come un faro che illumina la fantasia e accende la voglia di scoprire:

“Le minevaganti devono mettersi in viaggio per trovare pace. Andare è già un’azione verso la scoperta di qualcosa. Il fatto di mettere a confronto mente e corpo è, credo, il primo passo che si possa fare verso la costruzione di se stessi.”

Valentina Barile ha nel DNA la naturale predisposizione al viaggio come scoperta: il suo andare è mettere a fuoco se stessi in relazione all’incontro con ciò che sta intorno. È giovane, ma custodisce in sé una saggezza antica, quella del viandante che si mette in cammino con animo leggero perché sa che là fuori troverà un arricchimento.

“Come mi sia venuta questa voglia dell’Appia non lo so. Cioè, sono tre anni che faccio cammini a piedi, in macchina, in treno, in pullman. Poi, il lavoro mi presenta solo splendide persone, che comunque vada restano nella mia vita. È al festival dello sposalizio di Vinicio Capossela, in alta Irpinia, che conosco Federica e altre belle persone, come lo stesso Alessandro Scillitani, il regista de “Il cammino dell’Appia antica”, con il quale casualmente ci ritroviamo a mangiare insieme in una fattoria beneventana proprio il giorno prima della partenza. Lui ha fatto con il maestro Rumiz il cammino a piedi della vecchia via romana.”

 Le due “mineviandanti” partono, a bordo della fiestina grigia di Valentina, senza aria condizionata in un afoso affanno di luglio, lottando con gli impedimenti che l’uomo ha via via disseminato sul tracciato della via Appia, “la prima via di Roma, la madre dimenticata delle strade europee” (Rumiz), lasciando intendere che questo è un viaggio con altri ritmi, che non hanno niente a che fare con la fretta, con l’autostrada e le aree di servizio, con l’anonimo passaggio su terre senza portarne a casa nemmeno il ricordo fissato in un’immagine fugace.

Le descrizioni dei luoghi e del come li si attraversa sono poetiche e reali, tanto da farti quasi vedere gli orizzonti e sentire gli odori, fuori e dentro l’auto, camminando a piedi o in bici, buttandosi nell’acqua del mare per cercare sollievo al caldo, parlando con le persone.

“Borgo Fáiti-Terracina, la strada dei pini marittimi. Saltiamo in macchina e Federica prende il libro, consulta un po’ di cose da fare nella giornata e stabiliamo un primo fuori rotta: il mare. Un bagno veloce, miracoloso. Per toglierci il bruciore dei pizzichi dalla pelle, che la doccia non ha alleviato. Si spera nel sale marino. Siamo entrambe innamorate di questi pini. Sono aitanti, dai rami contorti che tentano di elevarsi al cielo, ma interrotti da una piatta chioma che fa pressione. E forse è un bene. Si interrompono nella parte più bella che resta incresciuta, e per questo sviluppata al meglio. Cioè, il pino dà la migliore parte di sé in quel punto. Il contrasto è nei rami contorti che pare si stiano preparando all’autunno, mentre la chioma verde è di un verde così bello che spiazza, giusto per il colore del suo tronco.”

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“Matera. Matera quando smette la pioggia te la puoi girare e amare fino alla fine. Il sole non ritorna, il cielo resta chiuso, con la differenza che adesso i nuvoloni sono blu notte e si schiantano con un leggero rimbalzo sulle murge.”

È l’umiltà del viaggiatore che si muove sul territorio lasciandolo intatto, solo accarezzato dallo sguardo e mai profanato, mai dileggiato; una forma di rispetto che si chiama amore, che non si fa intimorire dagli imprevisti, dalle difficoltà, perché ciò che la via darà di sé, farà capire che ne è valsa la pena.

“Quando si viaggia senza piani, senza sapere dove andare a dormire, con il rischio anche di doverlo fare in macchina, la sera, quando tutto vuole arrendersi alle luci fioche, è fatta di rese. Come se la mente e il corpo volessero il loro equilibrio primordiale. Stringono un patto di alleanza e vogliono la stessa cosa: trovare un punto fermo.”

 È la consapevolezza dell’immane grandezza che si sta contemplando che, in quello stesso atto, dona nuova conoscenza e affina la sensibilità, come quando giungono all’anfiteatro di Capua Vetere:

“C’è un silenzio sacro qui dentro, il vento entra lento e timido e va a lambire i ciuffi d’erba che nascono ovunque. Mi fermo un attimo nel corridoio principale dove si riescono a disegnare, se trovi una posizione giusta, gli assi che portano al centro dell’anfiteatro. Qualcosa mi domina ché non riesco a uscire da qui, finché il cigolio di un catenaccio mi riporta al presente.”

 È la voglia di conoscere le persone che vivono quei luoghi, di capirle, di entrare in sintonia con loro; uno sguardo empatico che abbraccia tutto: territorio, persone, miti, storia e monumenti. Con la curiosità e l’umiltà di chi vuole capire e si mette in ascolto.

Viaggiando con loro viene la voglia di partire, di intraprendere un viaggio che passa attraverso genti, pianure, monti, che vede il mare e lo anela, che inciampa nei resti della nostra civiltà antica e, spesso dimenticata, che azzera l’indifferenza e rimette tutto in discussione. Un viaggio che semina poesia e ne raccoglie i frutti ad ogni voltare la pagina.

Un assaggio lo trovate nella sezione Incipit e Qui

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