salvayre“Non piangere” di Lydie Salvayre, ed. L’asino d’oro

Ho preso in mano questo romanzo grazie al suo inserimento nella cinquina di Modus legendi; era uscito a maggio 2016 presso l’editore L’asino d’oro, dopo che il romanzo in Francia si era aggiudicato il Premio Goncourt (insigniti con lo stesso premio due altri romanzi che ho molto apprezzato: “L’amante” di Marguerite Duras e “Notte fatale” di Tahar Ben Jelloun). Mi era sfuggito e devo ringraziare l’iniziativa a cui ho aderito per avermelo fatto scoprire.

È un romanzo che lascia il segno.

A partire dalla storia che narra, dal contesto storico in cui si sviluppò, per proseguire con lo stile attraverso il quale le vicende sono tenute insieme, tra l’oggi della scrittrice e di sua madre novantenne che le racconta la sua indimenticabile estate, e lo ieri della stessa signora, un’adolescente che nell’estate del 1936 visse un’esperienza straordinaria. Una narrazione portata avanti come un flusso di coscienza, dove spesso le due voci sembrano quasi sovrapporsi, e dove emerge continuamente il “fragnol” di Montse che le due traduttrici, con grande perizia, sono riuscite a rendere in italiano mantenendo intatta la forza di una contaminazione linguistica che è del tutto singolare.

Montse, la madre novantenne dell’autrice, ha perso il contatto con il passato recente ma il ricordo di quei giorni non è affatto svanito:

“Adesso è vecchia, (…) eppure i suoi occhi sprizzano giovinezza, e al ricordo della Spagna del ’36 sono attraversati da un lampo di luce che non avevo mai visto prima. Soffre di disturbi della memoria e ha perso per sempre le tracce di tutti gli eventi che ha vissuto dalla guerra a oggi. Ma conserva assolutamente intatto il ricordo di quell’estate durante la quale, dice, capì cosa significava vivere, e che fu senza dubbio l’unica avventura di tutta la sua esistenza.”

Basta un piccolo evento, un’immagine colta sullo schermo televisivo, e i ricordi trovano la via per uscire allo scoperto, come se tutto fosse accaduto solo ieri:

“l’entusiasmo di suo fratello Josè di ritorno da Lérima, quella sua impazienza giovanile e quell’ardore che lo rendevano così bello. Ed ecco tutto d’un tratto le torna in mente tutto, la frase di don Jaime Burgos Obregón, l’euforia del luglio del ’36, la scoperta entusiastica della città e il volto dell’uomo che ha amato alla follia e che io e mia sorella, fin da piccole, abbiamo sempre chiamato André Malraux.”

 “La sera del 1° agosto Montse, Rosita, José e Juan arrivano nella grande città catalana controllata dalle milizie anarchiche. (…) Per le strade c’è un’allegria, un’euforia, un’aria di festa che loro non hanno mai visto né mai vedranno in seguito.”

Davanti ai loro occhi succedono cose che le lasciano senza parole:

“Un giorno, Montse lo ricorda come fosse ieri, mentre è a passeggio con Rosita lungo un viale, nota un insolito assembramento davanti alla banca Espírito Santo. Le due si avvicinano al crocchio di curiosi e vedono una scena che le riempie di stupore: quattro uomini se ne stanno intorno a un braciere dentro al quale un quinto getta mazzi di banconote, e non c’è nessuno a cui venga in mente di fermarli”.

Un’estate in cui tutto bruciava, nei cuori e nelle piazze. Quella stessa estate nella quale, nei dintorni di Granada, il poeta Federico García Lorca veniva fucilato e gettato in una fossa. Gli toccò un destino comune a molti uomini; non solo quelli che decisero di partecipare, su un fronte o sull’altro, alla lotta tra l’esercito repubblicano e i nazionalisti, ma anche a quelli solo sospettati di nutrire simpatie o anche solo curiosità per certi ideali. L’estate dopo la quale la Spagna precipitò nel baratro della sanguinosa ed atroce guerra civile.

guernicaNe parla con cognizione l’autrice perché ha lavorato sulla traccia di una ricerca ben documentata – la ricostruzione storica degli avvenimenti è precisa e particolareggiata – e nel romanzo ne dà conto attraverso i ricordi della madre e attraverso le riflessioni di Georges Bernanos e la sua opera “Grandi cimiteri sotto la luna”, nella quale lui, cattolico e nazionalista, di fronte alle atrocità commesse dall’esercito nazionalista con la benedizione del clero spagnolo (le descrizioni di quanto avvenne sull’isola Maiorca sono raccapriccianti) prende le distanze e denuncia la follia dilagante. Una sorta di dejavu, un rimando alla celebre incisione di Goya, “Il sonno della ragione genera mostri”. Per Bernanos quello fu un punto di non ritorno.

La narrazione immediata e quasi colloquiale, catapulta il lettore nella storia di Montse, della sua famiglia, del fratello José e dell’amico Juan, degli altri giovani che come loro, vogliono lasciarsi alle spalle le loro umili origini e si buttano animo e corpo in un’avventura che fa intravedere il traguardo della libertà, della giustizia sociale, per rompere un giogo che rimane immutato da secoli. Ricordi personali che sono comuni ad un’intera generazione, che da una parte o dall’altra delle posizioni politiche, ha vissuto quegli anni e la tragedia che li ha caratterizzati. Una ferita lacerante di cui in Spagna si è fatto fatica a parlare per molto tempo, anche dopo la caduta di Franco, una pagina dolorosa che si è preferito lasciare alle spalle.

Mi viene in mente un altro romanzo bellissimo che ho letto qualche anno fa dello scrittore basco Bernardo Atxaga, “Il libro di mio fratello”, che consiglio caldamente. Qui trovate la recensione.

Il link alla pagina dell’editore:

http://www.lasinodoroedizioni.it/libri/182/non-piangere

Nella sezione Incipit lo trovate. Anche Qui

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