“L’ultimo amore di Baba Dunja” di Alina Bronsky, Keller editore

Ho iniziato il primo della cinquina che è stata votata nel corso dell’iniziativa Modus Legendi (di cui trovate notizia nel blog). Avevo letto alcune recensioni per decidere quale libro votare: per chi non ne fosse a conoscenza, si vota uno dei cinque libri proposti senza averlo letto, sulla base di recensioni, notizie sull’autore, passa-parola … Sono partita da questo perché mi ha incuriosito molto l’ambientazione nella Russia del post-disastro nucleare di Chernobyl.

http://www.kellereditore.it/romanzi-racconti-e-reportage/363-l-ultimo-amore-di-baba-dunja,-alina-bronsky.html

Sulla pagina dell’editore potete leggere numerose recensioni; di seguito le mie impressioni.

Comincio col dire che Baba Dunja mi sta simpatica. E’ una ultraottantenne tutta d’un pezzo, testarda, sicura di sé, di poche parole e con un’unica grande convinzione: quella di volere finire la propria vita nel suo paese, nonostante il disastro nucleare abbia reso tutto radioattivo, compresa lei e le persone che con lei sono tornate lì, nonostante sua figlia non lo volesse, nonostante, per questa scelta, sia diventata una specie di caso nazionale, con gli occhi di tv e giornali puntati addosso.

Vive in un luogo spettrale, abbandonato da tutti, un posto che fa paura, anche a quelli che ci vengono mandati dall’amministrazione statale per fare controlli medici ai pochi residenti, o ai biologi che vanno a studiare gli effetti delle radiazioni su animali e vegetazione, sui reporter. Prima, invece, era un luogo piacevole.

“Prima, durante le vacanze estive, tutti i nipoti che abitavano in città venivano in campagna dai nonni. (…) Chiassosi come uno stormo di uccelli, migravano sulla via principale, rubacchiavano le mele e si azzuffavano nel fango.”

Ora a Černovo non ci sono più bambini, ma solo una combriccola di anziani: Baba Dunja racconta la loro vita con leggerezza ed ironia, scherzando sul fatto che, entrando in casa dell’uno o dell’altro, c’è da stupirsi se sono ancora vivi; e il mio stato d’animo, leggendo, passa dalla tenerezza, alla risata, alla malinconia, mentre mi sembra di essere lì, tra di loro.

Nonostante la minaccia radioattiva e le difficoltà oggettive date dal vivere in un paese fantasma, Baba Dunja riesce a guadare ciò che ha intorno con animo sereno e a cogliere la poesia del luogo, forse più di quello che fu un luogo, mentre ora ha i connotati di un non-luogo.

“Quando tutto è sepolto da una coltre di neve, perfino i sogni sono attutiti e solo i ciuffolotti che saltellano nella sterpaglia danno un tocco di colore al paesaggio imbiancato.”

A poco a poco, ci racconta la sua vita passata, quando faceva l’infermiera, ci parla dei suoi figli, della nipote e del marito che ora le sta vicino in veste di spirito, come molti altri morti che passeggiano per le vie desolate di Černovo. Sempre con una affabulazione leggera, ironica, essenziale, che ti arriva dritta al cuore. Racconta soprattutto se stessa, in relazione agli altri, i suoi vicini presenti, o i suoi familiari assenti, il suo sentire.

“Non ho paura della morte. Ma in momenti simili, quando la calma mi abbandona, mi ricordo di nuovo cosa significhi avere paura. Non per i figli, ma per me stessa. E’ stupido aggrapparsi a un corpo che si è già lasciato indietro tutto. Ma questi attimi mi dimostrano che non sono pronta come pensavo.”

Baba Dunja è una certezza per i suoi vicini, è colei che sa e può prendere le decisioni, che si assume le responsabilità per salvare tutti gli altri, quando sarà necessario, e che ne pagherà le conseguenze con serenità e compostezza, le stesse qualità con cui ha sempre affrontato la vita, nei momenti felici e in quelli tristi. Ha un solo rimpianto – non dirò quale per non svelare la trama – ma anche nei confronti di questo sentimento, riesce ad avere il controllo delle sue azioni.

E’ un grande romanzo, che parla al cuore di chi lo legge, con profondità e leggerezza, con serietà e sense of humor, con speranza e realismo.

“Ed è proprio quel sorriso a riportarmi a un tempo in cui il mio cuore scendeva di rado sotto i cento battiti al minuto. Non ho per niente il sangue freddo, non l’ho mai avuto. In sostanza ho sempre cercato di rincorre la vita. In momenti come questo dimentico di essere vecchia e di non dover più andare da nessuna parte.”

chernobyl

Nella sezione Incipit trovate anche questo. Anche Qui

Ringrazio l’editore Keller per la menzione sulla sua pagina Facebook:

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