Questa settimana stava finendo piuttosto male: ero depressa perché i due libri letti fino a giovedì sera, mi avevano lasciato un grande senso di delusione. Uno dei due, in particolare; perché l’autore è uno dei miei preferiti, Orhan Pamuk, e quindi mi ero gettata con cupidigia sul suo nuovo romanzo, tra l’altro affascinata dalla splendida copertina. Sto parlando di “La donna dai capelli rossi”. Ho deciso di metterlo da parte, per il momento, e di rileggerlo con più attenzione, poi, forse, ne scriverò. Dell’altro, parlerò in un altro post. Poi è successo che, mentre ero in libreria ad ordinare i titoli della cinquina di Modus Legendi, ho visto il romanzo di Mario Vargas Llosa “Avventure della ragazza cattiva”: un altro autore che ben conosco e uno di quelli di cui ho letto quasi tutto; ovviamente l’ho subito acquistato. Ho iniziato a leggere l’incipit, come è mia abitudine, già in libreria; giunta a casa mi sono buttata a capofitto sulle pagine affascinanti e coinvolgenti di questa storia imbastita con maestria e non sono riuscita a staccarmene finché non sono arrivata all’ultima pagina.

“Accaddero cose straordinarie in quell’estate del 1950”: nel ricordo di Ricardo Somocurcio, detto el flaco, l’estate dei suoi quindici anni rimarrà un ricordo indelebile, avvolto in un alone di straordinarietà come tutto ciò che, guardando al passato, appare come un’età dell’oro. Perché tutto quanto accadde a Miraflores, nel Barrio Alegre,ruota attorno all’evento che sarà il filo conduttore della sua vita: l’amore per la niña mala. In quell’estate di mambo suonato dalle orchestre dal vivo, di balli scatenati, di gare sportive, di amori adolescenziali, Miraflores vede l’arrivo delle cilenitas, due sorelle che fanno immediatamente girare la testa a tutti i ragazzi, e a Ricardo in particolare.

“Io di Lily mi innamorai perso, il modo più romantico di innamorarsi (…) le feci la dichiarazione per tre volte”, ma la cilenita lo tiene sul filo dell’incertezza, concedendogli la sua compagnia senza mai accettare la sua proposta, finché si perderanno di vista, in un modo burrascoso e apparentemente definitivo. Per Ricardo quell’amore non è solo una cotta adolescenziale, è qualcosa di più profondo, un seme gettato in un solco per custodirlo e farlo germogliare, ricoprirlo di attenzioni fino a farlo diventare un albero che continua a crescere.

Nel capitolo successivo, ritroviamo Ricardo a Parigi: il suo mito, il luogo dove fin da ragazzo voleva andare a vivere.

“Da quando avevo l’uso della ragione sognavo di vivere a Parigi. Probabilmente era colpa di mio padre, di quei libri di Paul Féval, Jules Verne, Alexandre Dumas e tanti altri che mi fece leggere prima di ammazzarsi nell’incidente che mi lasciò orfano. Quei romanzi mi riempirono la testa di avventure e mi convinsero che in Francia la vita era più ricca, più allegra, più bella e più tutto che in qualunque altra parte.”

E qui, con il suo titolo di avvocato e soprattutto con le sue conoscenze linguistiche di inglese e francese, cerca lavoro e stabilità. Conosce Paúl, aspirante rivoluzionario come tanti in quegli anni a Parigi.

“Allora, agli inizi degli anni Sessanta, Parigi viveva la febbre della rivoluzione cubana e pullulava di giovani venuti dai cinque continenti che, come Paúl, sognavano di ripetere nei propri paesi le gesta di Fidel Castro e dei suoi barbudos e si preparavano a questo, seriamente o per gioco, in cospirazioni da bar.”

Ricardo frequenta questi gruppi, aiutando nella logistica ma tenendosi a margine, senza farsi coinvolgere troppo: un racconto molto interessante di uno spaccato sociale e politico, dove studenti provenienti dal Sud America transitavano attraverso Parigi per potere usufruire delle borse di studio cubane che dovevano trasformarli in rivoluzionari. Con sua grande sorpresa, è proprio in questo contesto che si ritroverà davanti la niña mala, la compagna Arlette. E il suo amore per lei esploderà di nuovo, come se non fosse passato un attimo, ma come per il loro primo contatto, è destinato a non realizzarsi, Ricardo non riesce ad opporsi per trattenerla con sé. E lei lo sorprenderà di nuovo a distanza di tempo, in un contesto che Ricardo non avrebbe potuto immaginare.

La narrazione prosegue, mostrandoci il ruolo di Paúl nella causa rivoluzionaria mentre Ricardo sceglie di rimanere a Parigi come traduttore all’Unesco.

“Questo è quello che vuoi essere nella vita?” chiede Paúl a Ricardo e lui, senza alcuna esitazione, gli risponde:

“Da bambino, dicevo che volevo diventare un diplomatico, ma era soltanto perché mi mandassero a Parigi. Questo è quello che voglio: vivere qui. Ti pare poco?”

Dopo la partenza del compagno, mentre soffre per la sua mancanza, ecco di nuovo comparire la niña mala, con un altro nome e un altro aspetto, una trasformista che continua a sorprenderlo e gettarlo nel vortice di un sentimento mai assopito.

Le descrizioni delle passeggiate nelle vie di Parigi, nei locali frequentati da artisti, intellettuali, poeti, sono così precise ed evocative che, leggendole, sembra di essere proprio lì e guardando a destra e sinistra, vedere i bistrot, i giardini come i protagonisti.

Il vero centro della storia è l’amore struggente del niño bueno per la niña mala, il suo rimanere costante lungo un arco di tempo lunghissimo, nonostante tutte le complicazioni ed impedimenti, in bilico tra entusiasmanti momenti di appagamento e cocenti abbandoni, in una geografia di apparizioni tra Lima, Parigi, Londra, Tokyo; un amore che quando trova sfogo al suo impeto regala a Ricardo momenti di indimenticabile passione e comunione con la donna che ama così come, quando i capricci di lei lo allontanano, lo getta nella amarezza. È un amore che, secondo lei, non potrà mai realizzarsi perché lui pensa all’amore romantico mentre lei, con i piedi ben piantati per terra, ambisce alla ricchezza, “L’unica felicità che si può toccare”.

Vargas Llosa dipinge un efficace affresco dei movimenti rivoluzionari che agitarono il Perù, delle disillusioni, con il golpe militare, e delle condizioni di vita che ne seguirono, fino al ritorno alla democrazia, subito interrotta dalla rivoluzione armata di “Sendero luminoso”, tutto narrato attraverso gli scambi di lettere con lo zio Ataúlfo; dei fermenti culturali e politici nella Parigi che accoglieva qualsiasi istanza di cambiamento, sia politico che culturale ed artistico; così come la Londra delle novità musicali, dei figli dei fiori e delle droghe psichedeliche, della libertà sessuale, dove Ricardo si trova in sosta forzata durante la rivoluzione del maggio ’68 a Parigi. E che continuerà a frequentare grazie ad un vecchio amico peruviano, lasciandosi coinvolgere in abitudini e modi di vita, a volte insidiosi. Ricardo racconta ogni situazione, ogni incontro, con un’ottica che appare sempre distante, come se guardasse ciò che gli ruota intorno senza venirne mai incorporato; descrive dettagliatamente ogni cosa ma dando l’impressione di non esserne mai veramente parte.

Ciò che più appare vero è il suo amore per la donna che cambia continuamente identità, e il legame per un amico, diverso nelle varie fasi della sua vita, a cui però affida sempre il ruolo di appoggio e confidente.

Un altro spunto interessante sono le riflessioni sul suo mestiere di interprete e traduttore, come quasi di un fantasma. Un suo collega lo pone di fronte ad un dubbio:

“Quale traccia lasceremo del nostro passaggio? (…) Nessuna, non abbiamo fatto niente se non parlare per conto di altri.”

E Ricardo comincia così a fare le prime esperienze di interprete letterario, traducendo dei racconti di Čechov.

“Come traduttore letterario, mi sentii meno un fantasma che come interprete. Dovevo prendere decisioni, esplorare lo spagnolo in cerca di sfumature e cadenze che corrispondessero alle sottigliezze e alle velature semantiche – le meravigliose arti dell’allusione e dell’elusione nella prosa di Čechov – e anche alle sontuosità retoriche della lingua letteraria russa.”

vargas-llosaInsomma, un racconto emozionante, una scrittura magistralmente limpida ed efficace che mi ha fatto perdere parecchie ore di sonno pur di assaporarla in fretta fino alla fine per sapere come andava a finire la storia del niño bueno e della niña mala.

Potete leggere l’incipit Qui

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