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Ho deciso di leggere questo romanzo per una frase colta al volo in una conversazione tra due persone sedute nel tavolino di fianco al mio al bar dove spesso faccio colazione, vicino alla Statale, a Milano. Una ragazza giovane e un ragazzo più grande, studenti universitari di lettere, ho pensato guardandoli: il modo di vestire, il tipo di sacca, le dispense e i libri sul tavolo parlavano un linguaggio che conosco bene. Lei ha detto: “Cosa stai leggendo? Dammi un buon consiglio perché io dopo che ho letto “Stoner” non riesco a trovare niente che mi piaccia.” Mi ha incuriosito perché lo ha detto con convinzione, con un atteggiamento rispettoso e al contempo desolato. Non era un atteggiamento da aspirante intellettuale snob; la frase e il modo in cui l’ha detta, trasmettevano un sentimento di sincera “orfanità”. Come quando il tuo amico più caro deve trasferirsi in un’altra città e non sai a chi affidare quel ruolo. Mi ha incuriosita; avrei voluto chiederle informazioni sul libro di cui parlava, almeno il titolo, ma lui le ha preso la mano, l’ha guardata con dolcezza e non me la sono sentita di rovinare quel momento perfetto. A casa, ho digitato “Stoner”, l’unica parola che avevo chiaramente colto, e il web mi ha messo facilmente in contatto con quello che, dopo averlo letto, è diventato uno dei miei cult.

“William Stoner si iscrisse all’Università del Missouri nel 1910, all’età di diciannove anni. Otto anni dopo, al culmine della prima guerra mondiale, gli fu conferito il dottorato in Filosofia e ottenne un incarico presso la stessa università, dove restò a insegnare fino alla sua morte, nel 1956. Non superò mai il grado di ricercatore, e pochi studenti, dopo aver frequentato i suoi corsi, serbarono di lui un ricordo nitido. Quando morì, i colleghi donarono alla biblioteca dell’università un manoscritto medievale, in segno di ricordo. Il manoscritto si trova ancora oggi nella sezione dei “Libri rari”, con la dedica: “Donato alla biblioteca dell’Università del Missouri in memoria di William Stoner, dipartimento di Inglese. I suoi colleghi”.

Queste sono le prime righe del romanzo e subito ho capito che John Williams, di cui mai avevo sentito parlare fino a quel momento, non poteva che essere un grande scrittore, perché per iniziare un romanzo in questo modo, con il riassunto asciutto di una vita ordinaria e piatta, anticipando il destino dell’uomo protagonista della vicenda, doveva avere in serbo molto per evitare che il lettore chiudesse il libro e lo riponesse sullo scaffale della libreria da cui lo aveva preso. Mi sono chiesta, come Peter Cameron nella postfazione al volume edito da Fazi, come è possibile che un romanzo con questo inizio sia diventato un caso letterario?

Sono andata avanti: Williams mi ha preso per mano e, bisbigliando all’orecchio, senza tanti giri di parole, incisi, osservazioni, ma con uno stile pulito, asciutto, essenziale, ha cominciato a raccontare la storia di Stoner. Il primo sussulto l’ho provato davanti a quella frase:

Ma era l’esame di letteratura inglese a creargli i problemi maggiori, turbandolo come mai gli era accaduto prima.”

Subito seguita dalla descrizione del professore, che riporto perché per me è uno dei migliori esempi che mi sento di indicare a chi vuole imparare a scriverle:

“Il professore era un uomo di mezza età, poco più che cinquantenne. Si chiamava Archer Sloane e svolgeva il suo incarico di insegnante con un’aria di apparente sdegno e disprezzo, come se avvertisse, tra il suo sapere e la possibilità di trasmetterlo, un abisso così profondo che era inutile tentare di colmarlo. La gran parte dei suoi studenti lo temeva e lo trovava antipatico, e lui reagiva con distaccata ironia. Era di statura media, con il viso lungo e profondamente segnato, rasato con cura; spesso, con un gesto nervoso, si passava le dita tra i folti riccioli grigi. La voce era secca e monocorde e gli usciva dalle labbra quasi immobili, senza espressione o intonazione, mentre le sue lunghe dita sottili si muovevano con grazia e decisione, come per restituire alle parole quella forma che la voce non riusciva a dargli.”

Ecco la maestria nel sapere descrivere gli elementi fisici coniugandoli con ciò che rivelano della personalità dell’uomo. Non solo riusciamo a visualizzare la sua fisionomia ma bensì l’atteggiamento, il modo di relazionarsi con gli altri e con la vita; e tutto in un breve paragrafo, con la precisione di un chirurgo. A me, questa figura, ha provocato un’immediata immedesimazione: ho ripercorso mentalmente le personalità di professori che ho avuto all’università, dove con lo stupore e la curiosità della matricola, mi sono sentita attratta dalla loro statura intellettuale. Come potevo non pensare immediatamente a Maria Corti, a Cesare Segre, a Tomaso Kemeny, a John Meddmen, a Giovanni Caravaggi?

Sloane è una figura chiave nella vita di Stoner, è colui che lo aiuta ad individuare la strada che sarà la sua vera, distante dalle premesse da cui era partito, ma coerente con la sua sensibilità.

“Stoner spesso si rendeva conto che l’immagine di quell’uomo si stagliava nitida nei suoi pensieri. Mentre faticava a ricordare i volti degli altri insegnanti, o a rievocare certi dettagli delle lezioni, la figura di Archer Sloane era sempre lì ad attenderlo sulla soglia della coscienza, insieme alla sua voce secca e ai commenti sprezzanti che lanciava di tanto in tanto su qualche passo di Beowulf, o su qualche distico di Chaucer.”

E poco dopo:

“Continuava a riflettere sulle parole che Archer Sloane diceva in classe, come se sotto al loro piatto significato si nascondesse una chiave che l’avrebbe condotto lì dove doveva andare.”

E a condurlo nella direzione giusta, quella che lo porterà dritto al suo destino, è il sonetto di Shakespeare che Sloane gli recita a memoria: quei versi per Stoner sono un’epifania, di ciò che, senza averla ancora vissuta, sarà la sua vita.

Stoner rimarrà per sempre nel perimetro dell’Università del Missouri: tutta la sua vita si svolgerà in quel luogo e per quel luogo, attorno al quadrilatero rappresentato dalle cinque colonne della Jesse Hall: “Verdi e argento alla luce della luna, nude e pure, gli sembrava che rappresentassero la vita che aveva scelto, proprio come un tempio rappresenta un dio.”

È qui che matura le sue consapevolezze:

“Certe volte rifletteva su com’era pochi anni prima, e il ricordo di quella strana figura, bruna e inerte come la terra da cui proveniva, lo lasciava incredulo. Poi pensava ai suoi genitori, li sentiva estranei quanto il figlio che avevano generato e avvertiva per loro un misto di pietà e amore distante.”

È qui che conoscerà le persone chiave della sua vita: i due amici David Masters e Gordon Finch, il collega-nemico Hollis Lomax, la moglie Edith, la sua amante Katherine Driscoll, ed è qui che nascerà e crescerà la sua unica figlia Grace.

È qui che capisce di volere condurre la sua vita intera.

“Immaginava il suo futuro solo nell’istituzione a cui si era votato, e che comprendeva in modo tanto imperfetto. Non escludeva di poter cambiare in quel futuro, ma considerava il futuro stesso come lo strumento, piuttosto che l’obiettivo, del cambiamento.”

Attorno a Stoner si muove un’umanità di studenti e docenti con i quali, prima da studente anch’egli, poi da professore, poco riuscirà ad avere in comune, nemmeno quando i tragici eventi dei due conflitti mondiali e della Depressione del ’29, si presenteranno nel campus e segneranno le vite anche di chi per lui rappresentava un punto fermo. Anzi Stoner “scopriva dentro di sé una vaga riserva d’indifferenza” tanto è lontana da lui la guerra, che nemmeno riesce a provare un sentimento forte, solo capisce che non vuole averci a che fare ed è attraverso le parole di Sloane che mette a fuoco cosa gli provoca repulsione.

“Una guerra non solo uccide qualche migliaio, o qualche centinaio di migliaia di giovani. Uccide anche qualcosa dentro le persone, qualcosa che non si può recuperare. E quando una persona attraversa molte guerre, ben presto si riduce come un bruto, come quella stessa creatura che noi – lei e io, e tutti quelli come noi – abbiamo sollevato dal fango.(…) Non si dovrebbe chiedere ad un uomo di lettere di distruggere ciò che ha passato la vita a costruire.”

In queste frasi sta l’essenza della scelta di Stoner e, credo, il pensiero del suo creatore.

williams-2La Storia macina gli eventi come un carrarmato che rade al suolo, mentre Stoner mette in atto il suo modo personale di resistere ad essa, di non avere un ruolo attivo in ciò in cui non crede, ma che anzi percepisce come aberrante. Allo stesso modo, cerca di resistere alla malvagità delle persone che gli ruotano intorno. Stoner non è un inetto che si fa trasportare dagli eventi, succube delle persone più forti di lui che lo manipolano e lo costringono a subire la loro cattiveria. Non è un perdente: è un uomo onesto, coerente con se stesso anche quando ciò gli nuoce, pacifico anche nel privato, laddove cerca sempre di adattarsi e tenere in considerazione gli altri, disinteressato ai giochi di potere, profondamente innamorato del suo mestiere e della sua materia. È un uomo che qualche volta ha pensato al fallimento ma che, a conti fatti, lo ha ritenuto un giudizio ingiusto verso la sua vita; è un uomo che ha attraversato la sua vita in punta di piedi, come i ragazzi che attraversano il cortile e che riesce a vedere dalla finestra:

“Camminavano leggeri sull’erba, quasi senza toccarla, senza lasciare traccia del loro passaggio.”

La chiave del successo di questo romanzo sta tutta nel ruotare attorno agli interrogativi assoluti dell’uomo: chi sono? Cos’è la vita e cosa gli dà valore? Cosa significa amare? E l’eroe che abbiamo davanti non compie gesti plateali, non vive avventure indimenticabili: è l’eroe della resilienza, del cercare, nonostante tutto e tutti, di rimanere se stessi.

Quand’ era giovanissimo, Stoner pensava che l’ amore fosse uno stato assoluto dell’ essere a cui un uomo, se fortunato, poteva avere il privilegio di accedere. Durante la maturità l’ aveva invece liquidato come il paradiso di una falsa religione, da contemplare con scettica ironia, soave e navigato disprezzo, e vergognosa nostalgia. Arrivato alla mezza età, cominciava a capire che non era né un’ illusione, né uno stato di grazia: lo vedeva come una parte del divenire umano, una condizione inventata e modificata, momento per momento e giorno dopo giorno dalla volontà, dall’ intelligenza e dal cuore.”

 Per conoscere lo scrittore, oltre al materiale che potete facilmente reperire in rete, segnalo il volume Charles J. Shields, «L’uomo che scrisse il romanzo perfetto», (trad. di Nazzareno Mataldi e Franca di Muzio), Fazi, pp. 324, € 18,50

E il romanzo Nulla, solo la notte”, il suo primo, scritto a vent’anni, mentre era militare in India e Birmania durante la Seconda Guerra Mondiale.

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