In questi giorni mi è capitato di consigliare a diverse persone un libro che, da quando l’ho letto, tengo sempre a portata di mano, perché ogni tanto mi prende il desiderio di riaprirlo e leggere qualche pagina; mi viene la nostalgia per dei luoghi che non ho mai visto nella realtà ma che mi sembra di avere percorso in prima persona, fin dalle prime pagine, su quel rumoroso treno che sferraglia dritto attraverso l’Ucraina alla volta di Odessa, insieme a Paolo e Monika. Si tratta di “Trans Europa Express”, di Paolo Rumiz, Feltrinelli editore.

lago-inariDi chilometri ne hanno percorsi seimila Paolo Rumiz e Monika, in questo viaggio attraverso la Frontiera dell’Europa, viaggiando da nord a sud, partendo da Rovaniemi, in Finlandia, su verso Kirkenes, lungo il Lago Inari, passando attraverso il confine russo, dove da Murmansk, inizierà la discesa verso sud, con una mappa costruita incollando pezzi di cartine perché quel percorso verticale che trascina “verso il basso del mappamondo quasi per forza di gravità” è impossibile da visualizzare sulle cartine normali. Un viaggio a zig zag sulla cerniera dell’Europa, l’altra Europa, la pancia, l’anima del continente.murmansk

Paolo Rumiz ci dice che

“E’ stato un bagno di umanità questo viaggio a est. Mai come questa volta non sono stato io a fare il viaggio, ma le persone che ho incontrato.” E questo perché, come dice lui, è partito sapendo poco delle terre che andava a conoscere, ma “forse i viaggi che riescono meglio sono quelli che non si fa in tempo a preparare. Quelli che si affrontano senza una zavorra di libri. In leggerezza. Portandosi dietro nient’altro che l’esperienza dei nomadismi precedenti.” E infatti viaggia con sei chili di bagaglio, su treni, corriere, traghetti, chiatte, autostop e a piedi; all’inizio con un bastone per una frattura al piede, poi senza nemmeno più quello.

Lo stato di bisogno mi ha fatto capire meglio la temperatura umana dei luoghi, le difficoltà sono diventate racconto e il viaggio si è fatto da sé senza bisogno che programmassi nulla.”

Un viaggio che si dipana lungo terre dai nomi antichi, quelli che ci riporta la storia e che le agenzie turistiche, forse, non sanno nemmeno localizzare:

Botnia, dove il fondo del Baltico muore nella tundra. Carelia, un labirinto di fiumi tra Russia e Finlandia. Livonia, coperta di laghi e abeti. (…) Curlandia, terra di lagune e dune di sabbia battute dal vento.”

carelia

E poi la Prussia Orientale, la Latgallia, la Masuria, la Polesia, la Volinia….

“Anche qui, in Carelia, dove fiumi, laghi e golfi formano labirinti inestricabili segnati da dislivelli minimi, la separazione tra terra e acqua, foreste e mare aperto, è labile. Sull’Onega non si dice “navigare” con la barca, ma “andare”, tanto perfetta è l’equazione tra spostamento e imbarcazione. Non si dice “costruire” una barca, ma “cucire” una barca, a memoria di un’operazione raffinata che si compiva quasi magicamente, senza chiodi. Il bardo della saga di Kelevala, il vecchio Väinämöinen, era prima di tutto un costruttore di barche. Canto e navigazione, guerra e caccia nei boschi, diventano in lui la stessa cosa.”

Quello che Rumiz ci racconta non è solo un resoconto di viaggio, una sfilza di luoghi anomali: sono le persone che incontra, le loro storie, i destini di popoli e luoghi, il dolore, a volte, il rimpianto, più spesso; le storture e i paradossi prodotti da una globalizzazione che di positivo ha espresso ben poco in quelle regioni. Un oggi che dovrebbe avere dei connotati di miglioramento, di rinnovata fiducia nel cambiamento, ma che in realtà è così pieno di contraddizioni da lasciare il dubbio che, forse, non si è andati nella direzione giusta.

E poi descrizioni poetiche dei luoghi come poche ne ho lette.

“Ora l’ultima luce ha acceso i tronchi degli alberi nelle isole più vicine, che all’improvviso si infiammano, prendono la stessa tinta al rum di un doblone spagnolo della Martinica. E’ allora che lascio cadere ogni dubbio, afferro il mio bastone di ciliegio e lo lancio lontano, in mezzo alle onde. Vola roteando, si tuffa, affonda e riemerge per colorarsi anch’esso di rosso.”

odessa

L’Occidente non ha perduto solo il tempo, che gli sfugge tra le dita, ma anche la compagnia rassicurante dell’acqua. Non mormora, non tuona, non culla più. La tubocrazia ha vinto su tutta la linea. Invece qui il canto del primo elemento mi segue e mi invita. Il Bug, la Vistola, la Berenzina, il Dnestr. Ripenso ai laghi neri e gelati della Lapponia, ai torrenti d’argento tra le miniera di Kola, al Narva sorvegliati da plumbei castelli antagonisti; e ancora alle rive dell’Onega con le čajke nel vento e al lago lettone dove ho buttato le monetine della nostalgia accanto a una sinagoga perduta. L’acqua, ma certo, è stata la grande accompagnatrice. Passano oche selvatiche in formazione, e intanto l’abbigliamento nuvoloso del cielo si semplifica. Vedo che le bolle d’inchiostro del Baltico sono scomparse, ora dominano i bianchi vapori. Esce il sole, paludi e laghi luccicano come zinco. A sud-ovest, uno squarcio blu pervinca. La frontiera.”

Ne ha fatti tanti di viaggi – basta vedere la sua bibliografia -, di tutti ha scritto perché da ciascuno ha portato a casa qualcosa di speciale ed unico. Rumiz è triestino:

La mia è una terra di mare, di rocce e di vento. E’ un luogo che vivo come campo base, più che come città. (…) una città da usare solo come imbarco, punto di partenza. Un affaccio, una balaustra verso altri orizzonti.”

Gli orizzonti che Rumiz continua a cercare, con poco bagaglio se non la memoria di quelli già toccati, e che non gli basteranno mai, finché il piede non sarà stanco di camminare.

Potete leggere l’incipit Qui

Copio il link alla CE: http://www.lafeltrinelli.it/libri/paolo-rumiz/trans-europa-express/9788807019272

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