Pensando all’opera artistica di Arnaldo Pomodoro, la prima immagine che mi viene in mente è proprio la sfera;

La superficie lucida rispecchia ciò che c’è intorno, restituendo una percezione dello spazio diversa da quello reale, e crea mistero. Rompere questa forma perfetta mi permette di scoprirne le fermentazioni interne mostruose e pure”.

E’ la forza della materia che spinge dall’interno e opera delle fratture; la perfezione esterna della superficie liscia, riflettente come uno specchio tirato a lucido, è lacerata da fenditure, da squarci che mostrano l’interno. Ed ciò che vediamo dentro a parlare, a creare emozione.

mostra-pomodoro-cariatidiStamani, entrare nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale, a Milano, e trovarsi di fronte uno spazio enorme, in penombra, con delle sciabolate di luce a colpire le opere per farle risaltare e quasi venirti incontro, è stato emozionante. Uso questo aggettivo perché, davvero, l’emozione di fronte a quello spettacolo è stata forte. L’allestimento della mostra, a cui ha partecipato l’artista stesso, è di una rara bellezza. La scelta della Sala delle Cariatidi non è casuale: in questa stessa sala, nel 1953, Pomodoro vide esposta “Guernica“, e fu lo stesso Picasso a suggerire all’amministrazione della città di non restaurare la sala danneggiata dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, affinché restasse perenne memoria della follia di tutte le guerre, così come lo è la stessa opera di Picasso. E così noi la vediamo oggi, testimonianza reale. Dice Pomodoro nella conversazione con Ada Masoero:

Erano anni molto intensi e di grandi trasformazioni ed io, appena potevo, venivo a Milano per seguire il Piccolo Teatro di Giorgio Strehler e vedere le grandi mostre come quella di Picasso a Palazzo Reale… Milano era vitalissima, nel pieno della rinascita e della ricostruzione di una città nuova e di una nuova cultura e la mostra di Picasso fu un evento memorabile, di grande forza emozionale, che mise in evidenza come l’arte fosse in grado di esprimere e sintetizzare il senso e le dinamiche del momento storico che stavamo vivendo.”

E’ una mostra antologica, che espone il percorso creativo di Pomodoro dagli esordi nel 1955 all’oggi, attraverso alcune sue opere tra le più significative; non è una mostra narrativa, è contemplativa, ed empatica. Si inserisce in un contesto multiforme che attraverso i vari luoghi in cui le sue opere sono visibili, permette di conoscere a pieno l’artista. Dunque, Palazzo Reale ma anche la Triennale e il museo Polpomodoro-discodi Pezzoli, passando attraverso le opere disseminate per la città, in spazi pubblici come in piazza Meda, davanti al Piccolo Teatro, alle Gallerie d’Italia in piazza Scala, al Conservatorio, nel laghetto davanti alla sede della Mondadori a Segrate, per continuare nelle collezioni private accessibili al pubblico, come l’Istituto di Ricerche Mario Negri, la sede di Assimpredil, la sede della Banca Popolare di Milano in piazza Meda.

L’idea è nata nel 2016 per celebrare i 90 anni dell’artista nella sua città di elezione, nella quale ha vissuto la gran parte della sua vita, privata ed artistica, venendo in contatto con le correnti artistiche nelle quali si è riconosciuto, come “l’arte informale”, e interagendo con artisti come Lucio Fontana e Alberto Burri.

http://www.palazzorealemilano.it/wps/portal/luogo/palazzoreale/mostre/inProgramma/dettaglioProgramma/arnaldo_pomodoro

Le prime opere che si incontrano sulle pareti laterali sono piccoli bassorilievi composti con una fitta rete di segni, un tracciato come una scrittura arcaica e illeggibile. Sempre Pomodoro:

arnaldo-pomodoro-paesaggio-con-sole-in-basso“La serie di segni leggeri e ritmici che tracciavo in quei primi lavori (..) è una sorta di linguaggio illeggibile, tra quello protostorico e quello della profondità inconscia. Quei tracciati possono anche ricordare gli ingranaggi del motore o i circuiti elettronici: si tratta, insomma, di un alfabeto misterioso di cui si è perso il codice interpretativo. In quei rilievi già emergevano i motivi della mia ricerca tra segno e materia, ma mancava la tridimensionalità della scultura che entra nello spazio, mancava la possibilità di vedere l’opera tutt’intorno.”

Il passaggio alla tridimensionalità è stato articolato:

“dapprima ho curvato e modulato la superficie piana, (..); poi è iniziata la ricerca sui solidi della geometria euclidea – cubi, sfere, cilindri, dischi, coni, piramidi – sui quali operavo corrosioni, rotture e perforazioni con l’intento di rompere la forma per metterne in evidenza l’interno misterioso e complesso. Volevo mettere in dubbio il senso di perfezione e la simbologia di ogni forma assoluta.”

“Nasco come scultore nella saletta di Brancusi al MoMa, è qui che ho come una folgorazione (..) osservando le sculture, le vedo come tarlate e corrose e mi viene quindi l’idea di inserire tutti i miei segni all’interno dei solidi della geometria, dentro l’immagine astratta di Brancusi. Klee e Brancusi sono i miei padri putativi.”

I titoli stessi delle opere che realizza in quel periodo si collegano a Klee, che Pomodoro conosce sin dal 1948 quando gli fu dedicata una intera sala alla Biennale di Venezia. Ci sono anche molte suggestioni letterarie e filosofiche, nel rapporto con Kafka, Goethe e Kierkegaard.

Il percorso prosegue con le opere che portano alle estreme conseguenze la ripetizione del segno plastico, in verticale ed in orizzontale, con “tagli d’infinito”: Tavole” e le Colonne del viaggiatore“. In queste opere non vi è un centro organico: sono costruite in modo tale che potrebbero essere ripetute all’infinito, portando lo spettatore fuori dall’opera.

pomodoro-tavola-memoriaLa grande tavola della memoria è come un catalogo in cui l’artista ha inserito tutto ciò che aveva costruito sino ad allora; è quindi un’opera da osservare attentamente, andando a cercare anche i piccoli dettagli, i simboli privati e artistici di cui è disseminata.pomodoro-grande-ascolto

 

Il grande ascolto contiene un riferimento molto preciso all’elemento tecnologico e alla comunicazione.

pomodoro-battaglieIl grande rilievo “Le battaglie” presenta una soluzione spaziale particolare: le due zone alte e basse del rilievo, ricche di forme spigolose e taglienti, di denti, di cunei, di frecce, di oggetti come tubi, bulloni, corde, che danno un forte senso di movimento, sono separate da una striscia orizzontale priva di segni ma comunque dinamica. E’, quindi, una battaglia anche di forme, oltreché di stati d’animo e memorie, è un richiamo ai grandi dipinti cinquecenteschi ma anche alla dinamicità futurista e costruttivista.

Dunque, una bellissima mostra che vi consiglio di non perdere. Chiudo sempre con le parole dello stesso Arnaldo Pomodoro:

“Ho sempre sentito un grande fascino per tutti i segni dell’uomo, soprattutto quelli arcaici: dai graffiti primordiali nelle grotte alle tavolette mesopotamiche, quelli fatti per tramandare memorie e racconti. Mi hanno sempre catturato questi segni così semplici e insieme così intensi. I primi tracciati di scrittura alfabetica si trovano nelle tavolette degli Ittiti, dei Sumeri, nei papiri degli Egizi… E non è lo stesso per la scrittura musicale? Non c’è nel pentagramma un legame con quei primi segni? Entrambe hanno una funzione comunicativa ma anche un forte significato visivo, estetico. E forse le impronte che scavo, irregolari o fitte, nella materia artistica, i cunei, le trafitture, i fili, gli strappi vengono inizialmente da certe civiltà arcaiche, sia nell’America, sia in altre culle del mondo, e somigliano a una scrittura emblematica e illeggibile, aperta a diverse interpretazioni e molteplici significati.”

Arnaldo Pomodoro. il Teatro scolpito

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