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Sul Nobel a Dylan

L’anno sta per finire e, guardando indietro, vediamo emergere i fatti che ci hanno colpito. Mi focalizzo su ciò che mi ha stupito, in senso positivo, e scatenato delle riflessioni. Per esempio il Premio Nobel per la Letteratura assegnato a Bob Dylan. Indipendentemente dal credito che si voglia attribuire a questo riconoscimento, secondo me, ha comunque un peso specifico molto alto, prende valore dall’eco mediatico che suscita, perché fa discutere e prendere posizioni. Perché, almeno, crea movimento in un ambito spesso troppo dominato dall’indifferenza. La buona notizia è che fa discutere: come quando fu rassegnato a Dario Fo, ha scatenato sdegno, derisione, approvazione, esaltazione, indifferenza, sarcasmo. Come dire: “qualcosa, là fuori, si muove”. Personalmente mi è apparsa una ottima scelta. Non capisco lo stupore: perché, forse, non ci sono testi di canzoni che possono essere considerati delle poesie? Quante strofe di brani abbiamo in mente che possono essere considerati testi poetici? Non è forse poesia il testo di “Blowin’ in the wind”? Dylan può piacere o no, può sembrare spocchioso, può non piacere il genere musicale che produce ma un testo è un testo: leggerlo senza la musica restituisce il valore poetico delle parole che lo compongono. Poi, certo, il fatto che il testo sia coniugato con la musica, la melodia che lo completa, contribuiscono a renderlo indimenticabile, intramontabile.

Dylan ne ha scritte tante di poesie che poi ha musicato e ognuna ha il potere di fare riflettere, di scatenare emozioni. Leggiamo le parole di “Blowing in the wind”, un manifesto, amaro e reale, doloroso in quanto attuale:

How many roads must a man walk down Before you call him a man? Yes, ‘n’ how many seas must a white dove sail Before she sleeps in the sand? Yes, ‘n’ how many times must the cannon balls fly Before they’re forever banned? The answer, my friend, is blowin’ in the wind, The answer is blowin’ in the wind. How many years can a mountain exist Before it’s washed to the sea? Yes, ‘n’ how many years can some people exist Before they’re allowed to be free? Yes, ‘n’ how many times can a man turn his head, Pretending he just doesn’t see? The answer, my friend, is blowin’ in the wind, The answer is blowin’ in the wind. How many times must a man look up Before he can see the sky? Yes, ‘n’ how many ears must one man have Before he can hear people cry? Yes, ‘n’ how many deaths will it take till he knows That too many people have died? The answer, my friend, is blowin’ in the wind, The answer is blowin’ in the wind.

 Lasciatemi dire che la musica qui non aggiunge e non toglie niente, semplicemente perché non serve.

Tanti altri parolieri e musicisti ci hanno regalato vera poesia: nel nostro Paese, poi, c’è solo l’imbarazzo della scelta.

Ognuno di noi ha le sue preferite, quelle parole che ricordi perché in un momento della vita ti stavano cucite addosso come un abito su misura, o quelle che ti hanno dato la forza di non disperarti, quelle che hai sussurrato alla persona che ami, quelle che hai cantato a squarciagola in un concerto insieme a migliaia di persone.

Ogni generazione ha i suoi miti e i suoi manifesti, ma alcuni resistono e li cantano oggi i figli dei genitori che li cantavano venti o trent’anni fa. E se sono poesia ti catturano anche se non ti appartengono come generazione. Quando ascolto ciò che piace ai miei figli, spesso mi innamoro dei testi perché sono poesia e raccontano quello che i ragazzi provano e vivono oggi e non è difficile constatare che non sono poi così diversi da come eravamo noi alla loro età, quando provavamo il disagio di sentirci inutili o contro tutto, indignati, sfiduciati o innamorati, felici o sconfortati.

Molte più persone ricordano intere strofe di canzoni che di poesie studiate a scuola, perché esse contengono gli ingredienti che le scolpiscono nella nostra mente: l’immediatezza del linguaggio, il toccare gli stati d’animo e la sfera emotiva, la pelle d’oca, le lacrime che ti salgono agli occhi, la capacità di fare intravvedere una speranza o anche il buio della disperazione.

È tutto questo, la poesia. E allora, ben venga un riconoscimento, ben vengano gli applausi e le reazioni scandalizzate, sia benedetto chi gioisce e chi si sdegna.

pianoforte-violino

“Quanto verde tutto intorno e ancor più in là,

sembra quasi un mare l’erba,

e leggero il mio pensiero vola e va

ho quasi paura che si perda.”   Impressioni di settembre, Mogol Pagani Mussida

“Sento nel vento

la tua mano

Tra di noi

non ci sono più ingannevoli parole

ma il mormorio degli anni

come onde che si infrangono nel sole.

Tra di noi

C’è l’istinto di dividere il presente

E un mare di ricordi

Che al correre del tempo non si arrende

E il cuore mio…

Si perde”       Tiromancino

“Non insegnate ai bambini

Ma coltivate voi stessi il cuore e la mente

Stategli sempre vicini

Date fiducia all’amore, il resto è niente” Gaber

“Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza.

Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza.

I profumi d’amore inebrieranno i nostri corpi,

la bonaccia d’agosto non calmerà i nostri sensi.

Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto.

Conosco le leggi del mondo e te ne farò dono.” Battiato Sgalambro

E mille, mille altre. Grazie Bob Dylan, grazie musicisti e parolieri, grazie cantautori, cantastorie! Viva la canzone, perché è poesia vissuta nel quotidiano, perché regala emozioni, perché “we are only humans, after all”.

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