“Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati

fortezza-bastianiLa domanda è di Franco Battiato autore, insieme a Manlio Sgalambro, del brano “Fortezza Bastiani“, contenuto nell’album “Dieci stratagemmi” del 2004. Battiato paragona la sua esistenza alla Fortezza Bastiani, sentendosi come il Tenente Drogo nel romanzo “Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati, in cerca della sua personale missione tra le mura della Fortezza.

Ascoltando il brano mi sono ritrovata liceale affascinata dal romanzo di Dino Buzzati. Ricordo benissimo quella lettura e ho in testa pagine e scene intere; fu una di quelle letture di cui ci si innamora, di quelle che ti sembra ti rivelino il senso della vita, il genere di romanzo che non solo ti fa riflettere: ti dà una visione del mondo e dell’uomo che lo abita.

Avevo degli insegnanti fantastici negli anni del triennio, quelli di italiano, di storia e filosofia e di inglese, e dal loro lavorare in maniera trasversale alle materie dipese, per molti di noi studenti, l’amore per la Cultura. In quegli anni si leggevano anche Sartre, Kafka e Beckett: la metafora della vita come inutile attesa…  Ma torniamo al romanzo in questione.

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La parabola di Giovanni Drogo fu una profonda riflessione sul senso della vita, sulla rassicurazione delle abitudini e della ripetitività dei gesti, sulla inflessibile rigidità delle regole che, come delle ancore, ci preservano dalla deriva. E anche quando si ha davanti la possibilità di scegliere, di tornare indietro, di cambiare il corso della nostra vita, può succedere di essere ormai così connaturati alle nostre routine, da non volerle abbandonare.

Rimasi affascinata dalla Fortezza, dal suo isolamento fisico ed esistenziale; la frontiera morta, l’attesa vana dell’evento vagheggiato per anni …. Leggendo quelle pagine, a diciotto anni, avverti tutto il peso della metafora di questo inquietante romanzo. Abbiamo davanti il nulla, il baratro della non-esistenza (il deserto) e passiamo il nostro tempo nell’attesa di un evento straordinario (l’arrivo dei Tartari) che ci trasformi in eroi, che dia un senso alla nostra vita. Ma il tempo passa e il nostro viaggio finisce; allora il nostro coraggio che volevamo sfoderare per affrontare il nemico, ci serve per affrontare la morte e, in quello, acquista il suo significato.

Il tempo è fuggito tanto velocemente che l’animo non è riuscito ad invecchiare.”

Drogo, invecchiato e malato, dovrà lasciare la Fortezza proprio quando il nemico si concretizza all’orizzonte, i Tartari stanno per assediare la Fortezza. E lui morirà da solo in una locanda e la sua battaglia sarà quella di affrontare la morte senza paura. Con la consapevolezza di potere vincere questa ultima battaglia, Drogo potrà andarsene riappacificato col suo destino.

Non si combatte per tornare coronati di fiori, in un mattino di sole, fra i sorrisi di giovani donne. Non c’è nessuno che guardi, nessuno che gli dirà bravo.”

Dal romanzo, e con lo stesso titolo, è stato realizzato un bellissimo film, nel 1976, dal regista Valerio Zurlini. Drogo è interpretato da Jacques Perrin – doppiato da Giancarlo Giannini – che si innamorò così tanto del soggetto, che si dette da fare a trovare i finanziamenti per poterlo realizzare. Nel cast ci sono anche Vittorio Gassman, Giuliano Gemma, Philip Noiret, Max von Sydow; la colonna sonora è di Ennio Morricone. Il film vinse, battendo “Casanova” di Federico Fellini, il David di Donatello per la regia nel 1977, ex aequo con “Un borghese piccolo piccolo” di Mario Monicelli.deserto-dei-tartari-locandina-film

Mentre nel romanzo la Fortezza e il deserto sono collocati in un non-luogo, nel film il deserto è collocato alla frontiera dell’Impero Austro-Ungarico. Anche la collocazione temporale nel film è più specifica ed è riferita all’epoca dell’Impero tra fine Ottocento e inizio Novecento. Zurlini riuscì a creare l’ambientazione perfetta in Iran, nella fortezza di Arg-e Bam (andata distrutta dal terribile terremoto del 2003).

Zurlini è un regista un po’ dimenticato, nonostante abbia realizzato, oltre a questo, altri bellissimi film, in genere tratti da romanzi, come “Cronaca familiare” dall’opera di Vasco Pratolini, che gli fece vincere il Leone D’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia , nel 1962. O come il discusso “La prima notte di quiete“. Voleva anche realizzare un film dal romanzo “Il giardino dei Finzi-Contini” ma Vittorio De Sica gli rubò l’idea. Lavorò molto anche per il teatro e per la televisione.

L’incipit del romanzo lo potete leggere nella sezione dedicata; vi lascio un link dove trovate una descrizione più articolata della trama:

http://www.doppiozero.com/materiali/il-deserto-dei-tartari

e una citazione:

Il tempo intanto correva, il suo battito silenzioso scandisce sempre più precipitoso la vita, non ci si può fermare neanche un attimo, neppure per un’occhiata indietro. ‘Ferma, ferma!’ si vorrebbe gridare, ma si capisce che è inutile. Tutto quanto fugge via, gli uomini, le stagioni, le nubi; e non serve aggrapparsi alle pietre, resistere in cima a qualche scoglio, le dita stanche si aprono, le braccia si afflosciano inerti, si è trascinati ancora nel fiume, che pare lento ma non si ferma mai.”

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