daunbailo-locandina-inglesePiccolo cult degli anni ’80daunbailo-locandina

Tutti conosciamo Roberto Benigni, i suoi film, le sue spettacolari performance, come quando entrò all’Ariston, durante il Festival di Sanremo, in groppa ad un cavallo bianco e con in mano la bandiera italiana. In quell’occasione ci offrì una spiegazione e una interpretazione dell’inno di Mameli da brivido. E vogliamo parlare delle sue letture dei canti della “Divina Commedia”? Ho assistito in una caldissima serata estiva a Firenze, ad una di queste letture: esilarante e dotta allo stesso tempo, intensa e sentita la recitazione integrale del canto.

Dei suoi film non posso dimenticare il diavoletto impertinente ed ingenuo che fa impazzire Padre Maurizio (Maurizioooooo!)/Walter Matthau, ne “Il piccolo diavolo”, tantomeno la comicità tosco-napoletana di “Non ci resta che piangere”, al fianco del compianto Massimo Trosi. E come dimenticare “La vita è bella”?

Ma il film che me lo ha fatto conoscere ed amare istantaneamente, è uno abbastanza sconosciuto al grande pubblico. E’ “Daunbailò”, sì, nella versione italiana è scritto proprio così. E’ un film americano del 1986 ma in Italia arrivò nel 2002: per me è un capolavoro. Con la regia e la sceneggiatura di Jim Jarmusch, la fotografia lunare in bianco e nero di Robby Müller (presente anche ne “Il piccolo diavolo” e che ha lavorato anche con Wim Wenders, tra cui il capolavoro “Paris, Texas”) e le musiche di Lurie e Waits. Insieme a Benigni, ci sono l’immancabile Nicoletta Braschi e gli assurdi Tom Waits e John Lurie. Lurie lo troviamo anche ne “Il piccolo diavolo”, nei panni di un professore germanista, prof. Cusatelli e la cosa mi fece trasalire perché quando frequentavo l’università a Pavia, a Lingue c’era un docente di Letteratura tedesca che si chiamava proprio Cusatelli.

La trama è questa: un dj disoccupato e alla deriva (Tom Waits) e uno sfruttatore meno duro di quel che pretende di essere (John Lurie), finiscono in prigione. Nella stessa cella capita un improbabile e stralunato turista italiano dall’inglese maccheronico, imprigionato per un omicidio involontario, avendo centrato un tizio con una palla da biliardo (nr 8). Insieme riescono a scappare dalla prigione. Si perdono nelle paludi della Louisiana (immagini incredibili!). Litigano tra di loro e si separano;  poi si ritrovano e riprendono il cammino fino a giungere ad una casa nella foresta dove vive la conturbante Nicoletta. Naturalmente Roberto si innamora di lei e rimane a vivere lì, mentre gli altri due se ne vanno.

La comicità delle scene in prigione e dei dialoghi tra loro (Jack e Zack, mentre Roberto e Nicoletta si chiamano così anche nel film), è surreale e grottesca, davvero esilarante. Indimenticabile l’atmosfera creata dalla fotografia in bianco e nero (un po’ come in “Manhattan” di Woody Allen).

Da vedere assolutamente, anche per scoprire Waits e Lurie come musicisti.

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